Questa casa non è un albergo.
Quest’albergo non è una casa.
Quest’albergo non è un albergo.
Credo di aver riassunto, in tre brevi frasi, e senza inutile spreco lessicale, le età della vita che finora ho vissuto.
Quest’albergo non è un museo d’arte pop; non è nemmeno un museo d’anvant guarde: a mio modesto e didascalico parere, è un museo d’arte post moderna, qualsiasi cosa significhi arte post moderna.
Antistante l’ingresso tavolini di cristallo e metallo, di varia foggia e misura, e sedie dalle forme più improbabili e colori ‘citamene uno che tanto ce l’ho’.
Via Tortona, vicino ai Navigli e alla enorme e vecchia costruzione tempestata di vecchie vetrate, sala prove della Scala. Un soprano si arrampica ripetutamente su diverse scale, sempre più ripide e rapide.
Accanto ai salotti esterni, un photo studio, equipment rental, post production, events e close the door thank you. Alla reception, onesti, una scritta enorme color arancio su uno specchio a parete avvisa l’utente distratto, che certamente ancora non ha contezza di dove trovasi: Ceci ne pas un hotel. Razza di disgustosi copioni.
La hall è un via vai di creativi; una splendidona monta capelli scuri su un’impalcatura di metallo e coralli. Fasciata da un tubino nero che a malapena le copre le terga, cammina con disinvoltura su scarpe lunghissime dal tacco d’altezze inimmaginabili.
Chi scrive, rosa d’invidia, constata che arriva, stirando bene il collo – con l’effetto pleiotropico di un gradevole ed economico lifting della nonna che la ringiovanisce di circa sei mesi - appena alle terga della bellona di cui sopra.
Sfarfallìo di gioventù d’ambo sessi, mix di profumi gradevoli e, improvvisa, la luce potente di una camera.
C’è la tivù che intervista l’artista post moderna, qualsiasi cosa voglia dire, nella persona della splendi dona tacco 12 con impalcatura tricotica di corallo.
Flash back: ma io sono già stata qui, circa due anni fa. Per via di contingenze sfavorevoli che spesso mi perseguitano, capitai allora nel mezzo di una mostra, dislocata su tutti i piani: così post moderna che un solo passo in avanti l’avrebbe precipitata fragorosamente nel rococò.
Nel mio piano, per un colpo d'insperata fortuna, vennero esposte sculture viventi. Ricordo con una certa nostalgia un serpente sotto vetro che s’agitava addobbato di piume colorate. Ricordo senza nostalgia poltrone assai scomode a forma di giganteschi plum cake. Allora come ora ebbi modo di cadere, non senza una certa eleganza, nel tentativo di sedermi. Questa volta a tradirmi è stato uno spicchio d’aranzia foderato di pelle arancione. A me, Fantozzi, mi fa un baffo.
Prendo a rimpiangere l’albergo da cui arrivo, pacchiano e grandeur ma con le sedie a forma di sedia, seppur bastevolmente barocche.
L’ereditiera dell’albergo con le sedie a forma di sedia, la prima volta che venni qui, mi rese la vita difficile. Presenziò all’evento, quello con i serpenti piumati, accompagnata da un esercito di body guard. Non potevo fare un passo senza che questi ragazzoni vestiti di nero e con bubbone ascellare calibro 45 non mi chiedessero documenti e chiave della mia camera. Il mattino successivo, di nuovo la tivù e i flash a immortalare la biondina dalla facies murina che faceva ciao ciao con la manina.
Così è la vita, per citare.
“Ma niente affatto, caro ragioniere, insisto: lei si sbaglia!”
“Non mi offenda, caro Caboni, lei mette in dubbio la mia parola e, cosa parimenti importante, la mia professionalità… saprò bene fare i conti, io!”
Una risata generale accolse la schermaglia verbale, che da un pezzo durava infiorettata di inutili abbellimenti verbali, tra il ragionier Bellini e il signor Caboni, rispettivamente capo della contabilità e addetto ai rapporti col pubblico della solida società di Assicurazioni “Sardavita”.
Caboni sollevò il suo bicchiere, pieno di vino rosso dalle caratteristiche di un buco nero, giacché se attraversato da un raggio di luce se l’inghiottiva senza lasciarsi attraversare, e assunse un’aria assai pensierosa.
“Lungi da me, ragioniere colendissimo, solo l’idea di avanzare dubbi sul suo riconosciuto talento contabile (e su altri talenti meno noti al popolo sovrano) – qui di nuovo il concionare fu interrotto da risa e schiamazzi, giacché il popolo sovrano era invece a conoscenza della fama di tombeur de femmes del colendissimo – “Purtuttavia mi spiace contraddirla, lei mi ha superato di una misura: pertanto spetta a me pagare questo giro”, concluse il Caboni, come a chiudere la questione del pagamento dell’ennesima bicchierata.
Quindi tracannò in unica presa il contenuto del suo bicchiere, lo sollevò di nuovo, ed esclamando “Alla salute di tutta la compagnia!”, lo posò senza misurare le proprie forze – complice l’ottundimento alcolico – sul bancone del bar di Barbarina Mereu. Il bicchiere andò in frantumi spargendo cocci da una parte e dall’altra del bancone contribuendo, quand’anche fosse possibile, a far lievitare l’allegria di quella compagnia di lavoratori di concetto. Il geometra Marras, del vicino ufficio del catasto, esplose in un applauso sentito, e ognuno dei valenti si sentì subito in obbligo, tra un evviva e un bis, di scambiare auguri di salute e lunga vita con il proprio vicino.
“Barbarina, suvvia, non si adombri per l’incidente: il danno le verrà risarcito interamente, così come costuma tra persone civili. Non si preoccupi, cara signora, noi tutti sappiamo quanto lei sia attaccata alla proprietà: come è giusto che sia, d’altra parte…” disse il geometra Marras.
L’attaccamento alle cose terrene, quando non la vera e propria avarizia dei sentimenti di Barbarina Mereu, era notoria ubiquitariamente, fino a venir presa ad esempio dai concittadini. Avaro come Barbarina Mereu: non è da tutti, in specie se si è ancora in vita, entrare a far parte del linguaggio comune.
Eppure, del generale riconoscimento, del quale era a perfetta conoscenza, Barbarina non era punto lusingata. Aveva l’aspetto della sua bisnonna: pur essendo relativamente giovane - non avendo ancora varcato la soglia dei cinquant’anni - sembrava una vecchia sul punto d’implodere. Alta e segaligna, vestita alla maniera rustica e con i capelli corvini raccolti sulla sommità del capo in una treccia spessa quanto una coda di topo, sembrava che le sue rughe precoci, invece di seguire la gravità, cercassero di sprofondare all’interno del suo viso, come volesse tenere anche quelle solo per sé. Aveva da anni in corso un contenzioso con l’anziano padre, che occupava un piccolo appartamento nella via Majore. Il vecchio Mereu, assai poco saggiamente, essendo ipocondriaco e ritenendosi alle soglie della vita piuttosto in anticipo sui tempi, le aveva intestato tutti i suoi beni, tra i quali l’oggetto del contendere.
La figlia beneficiata, all’erta come un gatto silvestre sui movimenti del mercato immobiliare cittadino, avrebbe voluto cacciare il vecchio genitore dalla casa, che avrebbe venduto a prezzo esorbitante una volta ristrutturata, senza neanche farsi carico dello sciagurato: era sua intenzione metterlo in un ospizio pubblico in un paese a poche decine di chilometri da Mèrulas, in modo da evitarsi perfino l’onere di visite troppo frequenti, poiché la benzina non te la danno a gratis et amore dei.
La compagnia, solita frequentare il bar di Barbarina all’ora del caffè e dell’aperitivo, in quel giorno di neve si trovava ancora a discutere di politica, filosofia e di corna del vicino di casa che già era pomeriggio inoltrato, tamponando l’alcol con fette di prosciuto e formaggio adagiate con malgarbo dalle mani della stessa barista su fette di pane casareccio.
Barbarina non ritenne degna di risposta l’osservazione di quel limbudu del geometra Marras e fece le viste di non accorgersi degli ammiccamenti e risatine di quella manica di stupidi beoni: sia perché a tutti quei pidocchiosi si sentiva superiore, giacché tutti insieme non arrivavano a possedere la metà dei suoi beni, sia perché non voleva perdere clienti così affezionati. Era pur vero, infatti, che la rispettabile compagnia era un campione rappresentativo della clientela abituale del bar, composta per lo più da impiegati che indulgevano nel bere e che rappresentavano una fetta significativa delle entrate della barista. I beoni, pur di stare lontani dalle loro case e dalle loro mogli rivendicative e immusonite perché costrette alla vita dignitosa di chi percepisce uno stipendio fisso nonostante le aspirazioni da corte reale inglese, preferivano stazionare da Barbarina anziché scapicollarsi verso il focolare domestico.
A ogni modo, arrivò il momento di concludere i festeggiamenti per la neve, che era stata invero fin troppo onorata, a giudicare dai discorsi sempre più strampalati dei lavoratori di concetto, tenuti con lingue ormai più pezzate di una mucca svizzera.
Barbarina presentò il conto su un foglietto di carta, giacché non era adusa rilasciare scontrino – era una donna d’affari, la nostra, mica un pezzente ragioniere -, che fu consegnato nelle mani del ragionier Bellini. Il quale, per riconoscimento universale, ovvero del suo gruppo di amici di bevute, che nella vicenda di cui si racconta ammontavano a undici unità, era dotato di talento contabile, mai messo in discussione nella città di Mèrulas e, per quanto dato di sapere, neanche nei villaggi viciniori.
“ Barbarina cara” disse il Bellini, “ nel conto risulta esserci un errore, certamente dovuto a distrazione”
“No”, fece Barbarina.
“Ma cara signora” continuò il ragioniere, “Come fa ad essere certa che non vi sia errore se ancora non sa cosa le andrò a contestare? Mi stia a sentire…”
“No”, fece Babarina.
“Eppure, sono certo che se lei avesse la pazienza di intendere le mie ragioni…”
“No”, fece Barbarina.
“Mi corre l’obbligo, mio malgrado, di farle notare che nel suo conto figurano alcune palesi inesattezze…”
“No”, fece Barbarina.
Poi, con l’aria più disinteressata del mondo, afferrò un canovaccio che necessitava di immediata disinfezione, passò dall’altro lato del bancone e prese a spalmare lo sporco dei tavolini con grande perizia. Va detto, ma solo per la cronaca, che abbandonò davanti a una cassa d’ultima generazione – per altro quasi mai utilizzata – e seminascosto dall’espositore di gomme da masticare, un marito silenzioso e inespressivo, a cui sembrava di udire, a dispetto del fatto che avesse ripreso a nevicare, tuoni in lontananza che annunciavano temporale.
“Barbari’, parliamoci chiaro!” esclamò a quel punto il geometra Bellini, “Su questo conto, se vogliamo essere puntigliosi del tutto irregolare, figurano ben dodici bicchieri!”
“Sì”, fece Barbarina.
“Questa è bella! Vuole forse dire che le siamo debitori di dodici bicchieri?”
“Sì”, fece Barbarina.
“Ma noi abbiamo rotto un solo bicchiere… uno solo!”, continuò esasperato il Bellini.
“Sì”, fece Barbarina.
“E allora, per l’amore di Domine Iddio, vorrebbe avere la bontà di spiegarci perché dovremmo pagargliene dodici?”
“Sì”, fece Barbarina, senza smettere di strofinare una superfice sporca con lo straccio bisunto.
Il silenzio carico d’aspettativa, intanto, si era fatto palpabile: perfino i beoni riuscivano a contenere le loro battute all’ingrosso perché incuriositi dalla spiegazione che avrebbe ammannito loro l’esasperante Barbarina.
“ Per tutti i Santi…!” gridò decisamente alterato il ragionier Bellini,“Signora, esigo rispetto: mi dia subito una spiegazione!”
“Concorso di reato”, fece tranquillamente Barbarina che, viste le sue assidue frequentazioni di avvocati e tribunali per via del contenzioso col vecchio padre, aveva qualche vaga conoscenza di termini giuridici.
L’inaspettata risposta fu accolta dagli astanti con risa, fischi e considerazioni fantasiose non riferibili in questa sede.
“Mi assumo io la responsabilità!” esclamò in quella il Caboni, felice della svolta che stava assumendo la vicenda e che prometteva ulteriore divertimento, “ Rivendico, davanti alla signora Barbarina e a tutta l’onorevole compagnia la mia ‘responsabilità individuale’. Tale affermazione, va da sé, fa cadere la precedente accusa di ‘concorso di reato’.”
Quindi aggiunse, con parole stentoree “Io, e io solo sono il responsabile: mi dichiaro colpevole di rottura colposa di bicchiere. Dichiaro altresì la qui presente signora Barbarina responsabile di reato ben più grave: rottura volontaria, incommensurabile e continuata nel tempo, di zebedei!”
L’umore della compagnia era molto alto, tutti presero a complimentarsi per il motto di spirito del Caboni, a cui ne seguirono prontamente degli altri, e ognuno rideva e batteva sulla spalla, in amicizia, al compagno più vicino.
La barista aspettò tranquillamente che l’entusiasmo si portasse a livelli che permettessero alla sua voce di essere udita dai beoni.
“ Concorso di reato. Siete tutti responsabili. Dovete pagarmi un bicchiere a testa. Quindi, dodici bicchieri”, fece Barbarina.
Il ragionier Bellini, in altre circostanze persona estremamente urbana e affatto incline alla violenza, non si rese conto che la sua scorta di pazienza – bruciata dall’alcool – era inequivocabilmente esaurita: finché il suo pugno, come animato di vita propria, non si esibì in un perfetto upper cut.
La barista fu sollevata da terra di qualche centimetro, poi si afflosciò sul pavimento come un sacco vuoto, priva di sensi.
Calò il silenzio, e tutti gli uomini si disposerò in cerchio attorno alla donna, sbigottiti e preoccupati. Il ragionier Bellini intanto iniziava a pensare di se stesso d’essere solo una bestia, indegna di far parte del consorzio umano. Caboni si era già inginocchiato accanto a Barbarina per verificare l’entità del danno, quando la secca barista si levò su un gomito e con l’altra mano prese a massaggiarsi il mento.
Caboni si levò prestamente in piedi, guardò i suoi amici perplessi, mentre il Bellini già si macerava nella vergogna e nel rimorso.
Subitò dopo, senza segni premonitori, si chinò lievemente su Barbarina e prese a contarla.
La contò all’americana, per suo vezzo personale, iniziando dal mignolo della mano destra.
“ Dieci! Nove! Otto! Sette!...”
I compagni lo guardavano muti.
“Tre! Due! Uno!...” con un balzo saltò il corpo ancora disteso della perdente, afferrò per il polso il ragionier Bellini, se lo allineò al fiancò e subito dopo gli sollevò il braccio.
“Dichiaro vincitore del match, per knoc out, il ragionier Belliniiiii!” esclamò quindi l’arbitro improvvisato.
Vincitore e sostenitori abbandonaro il ring tra evviva, risate incontenibili, motti di spirito e complimenti al vincitore, non senza aver lasciato sul bancone una banconota che avrebbe permesso a Barbarina di incassare la sconfitta e, col rimanente, comperarsi un intero servizio di bicchieri.
Va detto, ma solo per la cronaca, che dietro l’espositore di gomme da masticare, un uomo silenzioso e abitualmente inespressivo, portava stampato in volto un sorriso di cui non sarebbe riuscito a liberarsi per diverso tempo.
Lo si poteva incontrare tutte le mattine al bar dove consumava cornetto e cappuccino. Sedeva al bancone su uno sgabello alto e stretto, ordinava il caffè e da lì iniziava a concionare.
Nei punti più salienti delle sue esternazioni, quasi a sottolinearne l’importanza del concetto, ruotava verso l’alto il bulbi oculari mostrando solo il bianco, impressionando così l’interlocutore di turno.
“Non va’, non va’…” era il suo intercalare preferito.
‘Nonvanonvà’ aveva un diploma di perito industriale, però tutti lo chiamavano dottor Nonvà, escluso il barista Armando, che per motivi meramente economici, giacché non intendeva perdere clienti, gli si rivolgeva chiamandolo ‘dottor Serafini’, senza che il millantatore si sentisse in obbligo di correggere l’interessato barista.
Per una di quelle strane contingenze della vita, spesso aiutate da conoscenze adeguate, il dottor Nonvà era un alto dirigente di un’azienda a partecipazione statale. Ormai passata la cinquantina, pur essendo scapolo, portava con disinvolta eleganza abiti di buon taglio e fisico asciutto. I suoi compagni di prima colazione erano sempre diversi, sebbene egli non desse mai mostra di accorgersi di ciò.
“ Non va’, non va’… Non si possono costringere le persone a vivere nonostante siano già morte…Non va’!”
“Non va’ , non va’… E’ un problema etico, non si possono costringere i pubblici ufficiali a denunciare i clandestini, povera gente… Non va’!”
“Non va’ non va’… E’ una questione di buon gusto, i poveri cristi non dovrebbero fare la spesa con la social card: sarebbe come portare addosso la scritta sono un pezzente!”
Il dottor Nonvà non era personaggio così interessante da versarci sopra fiumi d’inchiostro: certamente le mattine di molti lettori sono ammorbate da tuttologi che alitano loro addosso miasmi di caffellatte e fumo di sigaretta, di dichiarazioni di principio e buone intenzioni. Il Serafini, per soprammercato, era immune dal fastidio che i suoi discorsi, a suo parere inspiegabilmente, producevano in eventuali clienti interessati solo a i casi loro.
Tra questi non figurava la signorina Ravelli, che sedeva al solito tavolino con il suo romanzo d’avventura e il suo caffè al gingseng. Costei sembrava ignorare la voce tonante del tuttologo, intenta com’era a scoprire la mossa successiva dell’avvocato detective. Il dottor Nonvà mal tollerava questo disinteresse, poiché impossibilitato a pensare che i suoi discorsi non potessero suscitare immediato interesse degli avventori.
“ E lei, signorina, cosa ne pensa?”
“ Prego, dottore?”, rispondeva lei sollevando il bel viso dalle pagine del legal triller, “ Dice a me? Mi spiace, non ho seguito il suo discorso”
Quindi, come se nulla fosse, si immergeva nella sua lettura, come se il dottor Serafini fosse stato una fastidioso moscerino.
Egli non se ne faceva ragione. Attirato da quella donna immutabile tutte le mattine, il libro in una mano, il caffè nell’altra, cercava di escogitare ogni giorno qualcosa che potesse ravvivare l’attenzione di lei nei suoi confronti.
Era un bell’uomo, un buon partito, certamente in età da metter su famiglia, ma l’unica donna che suscitava il suo interesse sembrava non accorgersi della sua esistenza.
Credette di avere qualche possibilità quando i media fecero un gran parlare della vita privata del premier. Fu allora che pensò, giacché il gossip, in particolare se ci sono di mezzo mogli tradite, minorenni e coorti di donne belle disponibili, non avrebbero non potuto interessare la signorina Ravelli in quanto donna e segretaria presso uno studio legale lì vicino.
“Non va’, non va’… non con le minorenni, un’alta carica dello Stato, il nostro prestigio internazionale è seriamente in pericolo… non va’!”
Ma lei se ne stava a leggere il suo romanzo, portando ogni tanto il caffè alle labbra e sorseggiando con perizia il liquido bollente.
“ Non va’, non va’… e i figli, poi, ha giurato sui figli: che neanche l’ultimo degli uomini in terra giura sul sangue suo… Non va’!”
Il tuttologo ne approfittava, giacché l’argomento si prestava, per fare un po' di autopromozione, descrivendosi indirettamente con queste osservazioni come un ottimo marito e un padre esemplare. Ma la perfida, come tutte le mattine, non si accorgeva della sua esistenza e divorava le parole scritte.
Il dottor Serafini, che ormai dandosi per vinto e si appressava verso l’uscita del bar, salutando alcuni con rispetto e altri giocosamente. Con i ricci sale pepe ondeggianti alla leggera brezza primaverile e il suo impermeabile chiaro sbottonato volteggiò sul marciapiede, salutando l’ultimo conoscente. Poi scese sulla carreggiata per raggiungere il suo ufficio dal lato opposto della strada.
Fu travolto da un SUV che lo arrotò con le ruote motrici anteriori passandogli sul petto e provocandogli la rottura dell’aorta toracica. Prima che la vita gli uscisse completamente dalle labbra, riuscì a pensare “ I SUV! Non va’, in città il SUV non va’… è una macchina sportiva, chi la guida è portato a correre, così la gente muore… non va’!”
Un attimo prima che le ruote motrici posteriori gli passassero sul cranio, con rumore come di gesso frantumato, riuscì a pensare: “ Magari, alla Ravelli, i motori interessavano.”
A Sua Eccellenza Monsignor Albino Canzilla, Vescovo di Bràsier
e per conoscenza:
Al Dottor Professor Mario Cuboni, Rettore della Libera Università di Mèrulas
Al Signor Sebastiano Marrosu, Assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Mèrulas
Eccellentissimo Signor Vescovo di Bràsier, mi rivolgo a Ella in prima persona in quanto parte maggiormente in causa nella vicenda di cui vado a scrivere.
Abito in Via della Liberazione, dirimpetto all’ex scuola cattolica privata “Sàcre Coeur” e vorrei, in qualità di onesta cittadina e fervente cattolica, denunciare molte irregolarità compiute da alcuni dipendenti dell’azienda “Marcialis e Antonini artisti del legno”. Riporto la disdicevole condotta assai poco ammirevole degli operai Ruggero Bassu, Paolino Dessì, Bastiano Deriu e Francesco Pirellas i quali, in diverse occasioni, hanno dimostrato grande disprezzo per la legge e la religione. I sopraindicati sarebbero infatti sopraggiunti fuori orario di lavoro con furgoni e addirittura camion appartenenti alla già citata ditta “Marcialis e Antonini” e avrebbero caricato mobilio e oggetti di valore appartenenti alla Curia Vescovile. Non posso descrivere nei particolari la natura di tali oggetti perché trasportati in delle casse e durante la tarda serata.
Eccellenza! Ciò che accade è sotto gli occhi di tutti!
Nell’ordine, segnalo la sparizione di:
24 lampade di emergenza “Beghelli”, di proprietà della scuola, che ora appartengono al signor Corrado Marcialis, fratello di uno dei proprietari della già citata ditta e proprietario egli stesso di un ristorante sito in via Garibaldi, oltre che una stella illuminaria, facente parte degli addobbi natalizi del Sàcre Coeur, esposta nella sala principale nonostante si sia solo a settembre e neanche inoltrato. Addendum: le lampade di emergenza sono reperibili presso l’interno del magazzeno del medesimo ristorante.
17 bidoni di pittura di diversi colori, per pareti e infissi, che i succitati rivendevano a basso costo a privati, prelevati sempre dagli interni della scuola e destinati ai lavori di ristrutturazione della stessa.
3 reattori di illuminazione che sarebbero finiti nell’officina di Antonio Carta, meccanico avente officina in via Sassari, in cambio di riparazioni alle auto private di Marcialis e Antonini artisti del legno, nonché della manutenzione dei furgoni di proprietà dell’azienda stessa.
3 trabattelli di proprietà dell’impresa incaricata dei lavori di ristrutturazione della scuola, muniti di ruote, tuttora reperibili presso la seconda casa in costruzione dello stesso Rinaldo Antonini, in località “Mancu Mortu”.
102 scatole contenenti ciascuna otto mattonelle 41x41, quattro gruppi lavabo e quattro gruppi bidè nonché materiale elettrico in diversa quantità, sempre di proprietà dell’impresa incaricata, attualmente non più recuperabili perché utilizzati nella costruzione di una casa al mare sita in località “Marina Ruja”, di proprietà dello stesso Antonini.
2 decespugliatori, di proprietà della scuola, reperibili entrambi presso una casa di proprietà di Marcialis sita in località “Corru Nieddu”.
1 mobile-libreria di antica e pregevole fattura e 1 scrivania in radica di noce di proprietà della scuola, attualmente facenti parte dell’arredamento della prima casa del Marcialis.
Diversi oggetti di valore, tra i quali un preziosissimo microscopio italiano in argento del XVIII secolo e un becco Bunsen del XIX secolo entrambi perfettamente funzionanti, prelevati dallo studio della Direttrice della scuola, stimatissima Madre Bénédicte Adélaïde Florentine contessa di Gauthier Arnaud De Bernard Murat, e comunque appartenenti alla scuola del Sàcre Coeur. Attualmente tali oggetti si possono reperire all’interno del mobile di antica e pregevole fattura sito nella prima casa del Marcialis.
Eccellenza! Questi ladroni, tanto più disonesti perché non temono di rubare alla Chiesa, continuano a imperversare indisturbati e anzi, davanti al totale disinteresse di tutti, i quali, o per paura o per indifferenza vera e propria non solo non li denunciano, ma in taluni casi li ‘appoggiano’. Per continuare la trafila dei loro malefatti, Le dirò che diversi giorni fà, giunsero di notte in loco (scuola del Sàcre Coeur), con un furgone, con la consueta intenzione di consumare ruberie, quando, uscì dall’abitazione il custode del cantiere disturbato dal via vai, il quale, dopo aver parlato con uno dei titolari, e precisamente con il Marcialis, se ne rincasò, lasciando che i ladroni seguitassero a caricare indisturbati.
Eccellenza! Costoro non si mettono scrupolo e agiscono indisturbati ad orari e giorni che non sono neppure nell’orario di lavoro. Anzi, Le dirò di più, costoro agiscono soprattutto nei fine settimana (giovedì-venerdì-sabato). Se dovessi continuare, penso che scriverei ancora tante pagine, ma ora mi fermo qui.
Eccellenza! Se intendesse controllare quanto le ho appena elencato, Le consiglio di farlo subito. In caso contrario sarò costretta a rivolgermi alla procura della Repubblica con una copia della medesima.
Distinti saluti,
una cittadina onesta e cattolica praticante
Monsignor Canzilla lesse la lettera, ne rilevò la pedanteria da verbale dei carabinieri, la claudicante punteggiatura, la consecutio temporis opinabile e il disinvolto uso dei tempi verbali. Sorrise al pensiero di una vecchia signora indignata per via delle ruberie perpetrate dai ladroni blasfemi che, con calligrafia d’altri tempi, denotava grande puntiglio e ordine, sottolineando la sua indignazione a intervalli regolari con l’esclamazione: ‘Eccellenza!’. Le sue erano pecorelle attempate ma attente, nulla sfuggiva alla loro osservazione. Continuò a sorridere mentre ripiegava la lettera anonima e la riponeva in uno dei cassetti della sua scrivania.
Quindi smise di sorridere e sollevò la cornetta del telefono. Certamente Cuboni e Marrosu avevano già letto la puntigliosa missiva. Monsignor Canzilla, Principe della Chiesa non per titolo ereditario, Dio mai non voglia, ed essendo stato mille anni prima curato di campagna, conosceva benissimo la complessa geografia delle famiglie mèrulesi, intricata come in tutte le comunità chiuse.
Marrosu era cognato di Marcialis, il cui fratello, vai a sapere perché, riteneva indispensabile addobbare il proprio ristorante con la luminaria trafugata dal Sàcre Coeur. Probabilmente L’Assessore ai Lavori Pubblici e il Chiarissimo Rettore della Libera Università di Mèrulas se la ridevano della grossa di quelle attività furantine da ladri di polli e, soprattutto, della circostanziata missiva della cittadina onesta e cattolica praticante. Senza meno, i due illustri concittadini pensavano di archiviare il caso nella Sezione Aneddoti da Raccontare al Bar Tettamanzi o al ristorante ‘La fata turchina’ nel corso di un aperitivo o di una cena di lavoro, giusto per stemperare la serietà degli argomenti trattati. Il Vescovo non fu però dello stesso avviso: uomo colto e d’indole serena quando non allegra nonostante il gravoso incarico che era stato chiamato a ricoprire, credeva nella stessa misura, ovvero senza tentennamenti, al mistero della Santissima Trinità e al meno misterioso potere temporale della Chiesa. Si fosse trattato anche di un solo nocciolo di nespolo trafugato, la ditta Marcialis e Antonini sarebbe stata chiamata a risponderne.
Qualche settimana dopo, in base all’art. 624 del codice penale, si stabilì che gli imputati Ruggero Bassu, Paolino Dessì, Bastiano Deriu e Francesco Pirellas, dipendenti della ditta “Marcialis e Antonini artisti del legno”, si erano impossessati in reiterate occasioni di cosa mobile altrui (seguì il lungo elenco delle proprietà del Vescovado e in parte dell’impresa incaricata dei lavori), al fine di trarne profitto per sé e per altri. I dipendenti furono pertanto puniti con la reclusione di sei mesi e il pagamento di una multa di lire trecentomila cadauno.
Marcialis e Antonini furono beccati con parte delle cose mobili in privata dimora (vedi il microscopio italiano in argento del XVIII secolo e il becco Bunsen del XIX secolo che abbellivano lo studio del Marcialis); alcune erano diventate invece assolutamente immobili (vedi il pavimento e i sanitari della seconda casa al mare dell’Antonini).
Entrambi ebbero una pena più grave, ovvero reclusione fino a due anni e mezzo e pagamento di una multa di un milione di lire pro capite. Il danno pecuniario per tutti i convenuti non poté certo dirsi grave, e inoltre gli imputati non vennero ritenuti socialmente pericolosi al punto di limitarne la libertà personale; quindi ebbero tutti la sospensione condizionale della pena.
Gravi furono invece le conseguenze sulla reputazione della ditta dei due imprenditori-artigiani. Parte della cittadinanza si schierò apertamente con i due audaci impresari, le cui gesta vennero interpretate come spregiudicatezza manageriale ai limiti della legalità. Secondo la pubblica difesa, infatti, le cose trafugate sarebbero state lasciate comunque là dove stavano a marcire per anni, e quindi tanto valeva appropriarsene e destinarle a qualcosa di utile. La pubblica accusa sosteneva invece che, al di là della destinazione d’uso che di queste se ne sarebbe fatta, sempre di ruberie si trattava.
Dopo il consueto gran parlare dei fatti del Sàcre Coeur, avvenne, di fatto, che nessuno, a prescindere dalle diverse scuole di pensiero che si erano sviluppate intorno alla vicenda, richiese più prestazioni professionali alla premiata ditta.
Perché un conto è rubare agli altri, tanto più che i soldi pubblici sembrano non appartenere a nessuno, un conto e che vi vengano a rubare in casa. In capo a qualche mese la ditta fu così costretta a chiudere i battenti, e in seguito sembrò scomparire dalla memoria collettiva tanto che nessuno si chiese che fine avessero fatto i due protagonisti principali.
Ma allora, l’attempata signorina scrittrice di lettere anonime che aveva dato il via alla serie di eventi che portarono alla fine dei due maneggioni, aveva altro a cui pensare.
Trascorreva le sue giornate a frequentare la facoltà di giurisprudenza nell’Ateneo della grande città che guarda il mare, lavorando il pomeriggio per mantenersi agli studi e studiando durante la notte.
In tutte le famiglie c’è una pecora nera: Marcello Davìda aveva deciso di rompere la tradizione imposta da suo padre. Di fare il portinaio in un palazzo di borghesi che lo trattavano con distratta gentilezza, non voleva proprio saperne.
Aveva capito che non avrebbe mai potuto cambiare il mondo ma che, con pazienza e abilità, avrebbe potuto piegarne ai propri desideri parti circoscritte.
E che l’esercizio era oltremodo soddisfacente.
La sveglia squilla alle sette, come tutte le mattine.
“Tesoro, svegliati o farai tardi!”. Si china su di me, mi posa un bacio sulla fronte e storce il naso.
“Oh, cara! Non fumare: il fumo invecchia la pelle!”
Si accosta allo specchio e getta lo sguardo sulla sua elegante figura. Mia madre apre le tende con la consueta teatralità, come se fosse un Creatore. Solleva le braccia e ne scosta i due lembi: lei permette alla luce del giorno di entrare in casa. Da Corso Venezia una luce screziata di verde inonda la mia stanza, come a portare con sé le sfumature del parco. Mia madre crede che quel verde sia suo, come ogni altra cosa al mondo: mia madre ha il mondo tra le mani.
“Tesoro, ti prego, non andare all’appuntamento con Sanzi in jens e maglietta… fallo per me. Abbandona lo stereotipo del genio sciattone. Se ci pensi su un attimo, questo sarebbe realmente anticonformista”. Ride della sua brillante osservazione, poi “Lo farai per me?”
“Certo, mamma. Non è un problema”
Subito dopo entra Ada, portando diversi abiti firmati: sembrano gli abiti di mia madre. Mi chiedo cosa sarebbe successo se avessi detto “Mamma, non rompere: andrò all’appuntamento col rettore in jeans e maglietta!”.
Credo che Ada sarebbe entrata lo stesso, e insieme avrebbero lanciato gridolini d’ammirazione a ogni mia vestizione di monaca del successo.
Credo anche che io stia diventando mia madre.
La sveglia squilla alle sette, come tutte le mattine.
Sono già sveglia e scrivo sul muro: indago ormai da anni la forma del cervello di mia madre. Forme impossibili e al contempo armoniche, di dimensioni crescenti: devo tradurre la geometria in numeri. Solo i numeri interpretano la realtà. Presto queste banali unità geometriche saranno cicli algebrici.
Secoli fa non andai all’appuntamento col rettore. Mi riportarono a casa sei giorni dopo, il mio vestito firmato era in condizioni pietose. Mia madre soffrì nell’affidarmi alle migliori case di cura, ma ciò non la indusse a disertare consigli d’amministrazione né ricevimenti. Quando fui in grado di farlo me ne andai. Ancora un passaggio, e la forma dell’oggetto più complicato del mondo sarà tradotto nella realtà dei numeri. Sono passati anni: finalmente sarò libera.
“Sveglia, bellezza, e porta le chiappe altrove! Ehi, quanto puzzano queste barbone!”
Chissà, il Manin, nonostante l’aspetto bovino, aveva aspirazioni migliori che mettere le mani su vomito e merda di vecchie rimbambite e alcolizzate del dormitorio di via Piave.
Lo ignoro, sono a un passo dalla soluzione.
“ Fila via principessa, o ti caccio a pedate da quel giaciglio”
Arvedi gli rimprovera mancanza di solidarietà umana. Litigano, ma io non mi distraggo. Finiscono col parlare di politica e si insultano, ma io continuo a scrivere. Si azzuffano sul pavimento sporco. Vado via, non si accorgono di me. Non credo che tornerò in questo posto schifoso.
Che m’importa se quell’idiota di Manin passerà uno straccio sporco sul muro cancellando la soluzione della congettura di Hodge?
Ora conosco la forma delle cose.
Questo il mio racconto su Auroraliadi Gaja Cenciarelli: invito il passante amante del 'brevissimo' a gettare lo sguardo colà, dove potrà trovare molti altri racconti in 3000 battute.
Invito alla visione di questo splendido video, segnalato da Fiamma Lolli subito dopo la lettura del racconto: grazie per averlo condiviso.
Oreste Nannetti all'Ospedale psichiatrico di Volterra lasciò un enorme, fittissimo graffito murale realizzato con piccole fibbie del panciotto della divisa dei pazienti del manicomio .
“Brutto traditore figlio di puttana, con rispetto parlando della buon’anima di tua madre!,” lo appellò suo padre la sera stessa, non appena mise piede nel piccolo appartamento di fedeli portinai da generazioni .
“Come hai osato mettermi in difficoltà con compare Marcialis? Da quando in questa casa si sputa nel piatto in cui si mangia?”
Marcello fu investito dall’ira scomposta paterna in maniera inaspettata e, nonostante i loro rapporti non fossero tra i migliori, ne fu sorpreso.
“Ma babbo, che ho fatto di male? Non capisco, volevo solo rendermi utile…”, fece il giovane traditore.
“Taci, disgraziato, figlio degenere! Io sopporto le tue stranezze e tu così mi ripaghi? Traditore di parenti e amici!” gli ruggiva contro Davìda padre, schiumante di rabbia, “Mangiapane a tradimento! Tuo fratello di soli tredici anni lavora con me e tu invece – il signorino – te ne vai a scuola a scaldare il banco, brutto infame che non sei altro!”
Marcello Davìda, da giovane rispettoso e naturalmente dotato di autocontrollo nonostante l’educazione ricevuta, a dimostrazione della relativa influenza del patrimonio genetico sulla persona nel suo complesso, espose la sua opinione al proposito.
“Babbo, se consideri stranezza il fatto che io frequenti il liceo con profitto e non, come tu sostieni, solo per lucidare le sedie col fondo dei miei calzoni, non posso farci nulla. E’ una tua opinione, e se i miei voti non riescono a farti cambiare idea su questo, è inutile discuterne. Esigo però, e mi spiace usare questo termine con mio padre, che tu non mi chiami, mai più nella tua vita, ‘figlio di puttana’ o ‘mangiapane a tradimento’, e ti spiegherò il perché…”
Ma l’uomo era incontenibile e di nuovo l’interruppe con una nuova sequela di insulti; inaspettatamente il tono di voce di Marcello si sollevò così tanto da lasciare muto suo padre, per continuare il discorso appena interrotto.
“Primo: mia madre ha già patito in vita più del dovuto solo per aver vissuto lunghi anni accanto a un uomo arido e gretto come te, ti prego quindi di non nominarla in mia presenza. Secondo: sono uno studente lavoratore da quando posso ricordarmi e da quando non era concesso per legge, il pane che mangio me lo guadagno tutti i giorni. Anzi, sai che ti dico? Forse mi guadagno pure il companatico e mi rimarrebbe qualcosa per una birra o una sigaretta con gli amici, se non passassi a te tutto ciò che guadagno”
Udito questo, il vecchio Davìda, benché rintronato dalle parole che rintuzzavano punto per punto le sue senza mancargli di rispetto, fece l’unica cosa che sapeva fare benissimo fino da quando i figli erano piccoli: alzò la mano destra e fece l’atto di colpire il figlio con un potente manrovescio.
Marcello non si mosse di un passo, la sua mano sinistra afferrò a mezz’aria quella di suo padre con gesto secco e deciso, sottolineato solo dall’ondeggiare del suo ciuffo bruno sulla fronte. Per il resto sembrava una statua di marmo.
“Non farlo, padre. Fai un favore a entrambi: non provarci mai più”, gli disse a bassa voce, guardandolo dritto negli occhi.
Correvano allora, spensierati e felici, gli anni della Prima Repubblica. Sembrava quasi , almeno idealmente, che la gente vivesse un nuovo dopoguerra. Il Paese era tra i più industrializzati del mondo, lo sviluppo economico era secondo solo a quello del Giappone e il salario medio era finalmente al di sopra dell’inflazione: quest’ultima non era mai stata così bassa. La gente, anche gli strati più deboli, sembrava vivere un’eterna vacanza dal bisogno, senza pensare che prima o poi quel pugno d’anni di vacche grasse sarebbe passato. L’allegra gestione del bilancio della cosa pubblica avrebbe costretto figli e nipoti non ancora nati dei gaudenti a lavorare per pagare l’enorme debito pubblico che si andava accumulando.
Se le città simbolo del modernismo politico e culturale diventavano ‘da bere’ per tutti, alcuni lustri dopo il Paese sarebbe divenuto ‘da mangiare’ per pochissimi. In quest’atmosfera di finanza allegra, chiunque dimostrasse un minimo di spregiudicatezza imprenditoriale accumulava grandi fortune con mezzi leciti e meno leciti. La ditta che aveva vinto la gara d’appalto per i lavori della Libera Università di Mèrulas, annaffiando di mazzette potere politico e potere secolare demaniali, aveva la sua sede sociale nel Continente.
La cittadina di Mèrulas, anche nel male, poteva aspirare, al più, a essere arena per ladri di polli come i “Marcialis e Antonini artisti del legno”.
Marcello si presentò presso gli uffici della ditta subito dopo pranzo, come faceva tutti i giorni fino al venerdì. Trovò ad attenderlo un accigliato Antonini: di zio Natalino neanche l’ombra.
“Ragazzo, prendi ciò che ti spetta e sparisci” disse il datore di lavoro senza inutili preamboli, “qui non abbiamo bisogno di sapientoni che ci dicano come dobbiamo fare il nostro lavoro”. Buttò con malgarbo una busta contenente in denaro contante quanto dovuto al ragazzo, non fosse mai che eventuali assegni potessero lasciare traccia di lavoro mal pagato e non assicurato.
“Signor Antonini, la prego di perdonarmi” rispose contrito il giovane apprendista.
Teneva il capo basso, gli occhi gli si fecero lucidi e già una lacrima faceva capolino all’angolo interno dell’occhio sinistro. Le grandi mani di adolescente troppo cresciuto erano affondate nelle tasche della tuta da lavoro, e l’atteggiamento complessivo indicava un sincero pentimento.
“ Le mie intenzioni erano buone, mi creda, signor Antonini: lei mi ha accolto come un padre e io le sono grato per questo. Non mi sognerei mai di mettere in dubbio l’esperienza sua e di zio Natalino, ho detto ciò che ho detto avendo in mente solo il bene dell’azienda. La prego, mi perdoni e mi tenga con sé: io qui ho solo da imparare…”.
Marcello chiedeva perdono guardandosi la punta dei piedi, dondolandosi in avanti sul piede sinistro che schiacciavano alcuni truccioli di legno biondo che circondavano la scrivania, senza osare guardare il padrone.
Costui osservò attentamente il ragazzo per qualche minuto e fu preso da un sentimento ambivalente. Da un lato era deluso di non riconoscere, in quel ragazzone imbarazzato dal viso ancora bambino e con qualche strascico acneico, il giovanotto che la sera precedente aveva contestato l’organizzazione del lavoro della premiata ditta, inducendo addirittura alcuni al sospetto che non tutto si svolgesse secondo le regole. D’altro canto era soddisfatto che le sue granitiche convinzioni fossero confortate dal repentino cambiamento del giovane contestatore: quei montagnini andavano governati col guanto di ferro, buoni soltanto a ricevere ordini, privi com’erano di alcuno spirito imprenditoriale. Costui aveva finalmente capito come marciavano le cose, piccolo idiota mal cresciuto e butterato. Non cacciarlo di malo modo avrebbe impedito per altro la perdita di un forte lavoratore e gli avrebbero evitato il tedio delle lagne di Marcialis, affezionato al ragazzo come se fosse del suo stesso sangue.
Assunse quindi l’abito del padrone burbero ma buono, si levò dalla poltrona e passò dall’altro lato della scrivania.
“Sai che per quello che hai fatto dovrei sbatterti fuori dalla ditta a calci nel sedere, vero? Lo sai che diversi operai per molto meno si sono ritrovati sulla strada dall’oggi al domani?”
Marcello era ormai prossimo al pianto, tanto che Rinaldi lasciò anche l’abito del burbero per indossare solo quello del buono.
“Ma benedetto ragazzo…” gli disse circondandogli le spalle con un braccio e afferrando velocemente la busta contenente il danaro contante che ancora giaceva sulla scrivania per riporla nel fondo della sua tasca, “Ma ti rendi conto in che situazione mi metti? Avanti, su, facciamo finta che tutto questo non sia accaduto… Per il rispetto che porto per il mio socio e per tuo padre, tu rimarrai nella “Marcialis e Antonini!”.
Disse quest’ultima frase in maniera stentorea, come se si trattasse di una grande dichiarazione che ne mettesse a nudo la nobiltà d’animo suo malgrado, e ottenne da Marcello ciò che effettivamente si aspettava.
“Oh, grazie, signor Antonini! Lei è un uomo buono… non saprà mai quanto io gliene sia grato… grazie!”
Marcello conteneva a stento la sua riconoscenza per lo scampato licenziamento, e con entrambe le mani stringeva ora la destra del soddisfatto Antonini, che però iniziava a provare una certa insofferenza per tutta quella riconoscenza.
“Basta adesso, ragazzo. Spero solo che tu abbia imparato la lezione. Su, vai a raggiungere la squadra, che il lavoro non aspetta… Va’!”
Marcello lo lasciò e velocemente fece per raggiungere il furgone che già s’apprestava a partire.
“Davìda?”, lo richiamò Antonini, appoggiato allo stipite della porta dell’anonimo ufficio della sede aziendale, mentre fumava soddisfatto una sigaretta.
“Fammene un’altra delle tue e alla prossima sarai sbattuto sulla strada a calci nel culo. E nella strada resterai, perché non troverai lavoro da nessun’altra parte”
“Mai, signor Antonini! Mai!”, gli gridò Marcello rassicurante e contento.
Antonini rimase ancora sulla porta a fumare la sua sigaretta, a riflettere su quanto era successo.
La sua conclusione avrebbe potuto essere udita da altri, se altri vi fossero stati nelle vicinanze.
“Montagnini…”, disse con disprezzo, scatarrando sul selciato una moneta verde rame appena striata di sangue.
lei è il viandante numero *loading*, complimentoni
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