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Eva Carriego



martedì, 30 settembre 2008
8772...Il fedele luogotenente e amministratore di Rossana Altieri, che in un primo tempo venne difesa con pianti e strepiti da quest’ultima, cadde ben presto nell’oblio. Di lei si ricorderà solo il nome, Marcella, e s’intuisce che in tempi brevi avrebbe trovato un’altra piccola leader del Sacré Coeur cui prestare i suoi servigi.
Rossana, per carattere, non poté esimersi dal cercare di sostituire Marcella con Angela Marras, di cui ancora ignorava il passato recente di spacca teste. La piccola Altieri era così abituata alla venerazione altrui che un giorno, all’uscita della scuola, certa di fare cosa gradita alla “nuova” le chiese se le fosse piaciuto portarle lo zainetto fino a casa.
“Ma sei cretina o cosa?” fece Angela sorpresa e all’oscuro della gerarchia che vigeva nella scuola, “Perché mai dovrebbe piacermi farti da schiava?” Poi, pensando che l’altra scherzasse, sbottò in una sonora risata che avrebbe dovuto chiudere la discussione.
Ma Rossana era abituata ad avere l’ultima parola, e farsi dare della cretina dall’ultima arrivata dalla scuola pubblica non era cosa che potesse accettare impunemente.
“Potresti occuparti del mio capotto la mattina, e tenere tutti i giocattoli e i dolci che le altre mi regalano”, insisté. E nel dire questo, come per invogliare l’altra a sottostare alle sue richieste, le disse “Tieni!”
Estrasse velocemente dallo zainetto griffato, nell’ordine: un cagnolino di legno dipinto dalle articolazioni snodate, una minuscola agenda che portava a ogni piè di pagina un piccolo manga giapponese che le femminucce adoravano e, dulcis in fundo, una stellina di marzapane ricamata di zucchero argentato. Le tese la mano con i suoi piccoli tesori, che Angela Marras studiò con lo stesso interesse con cui avrebbe studiato i suoi insetti dentro i barattoli di vetro. Questo trasse in inganno la piccola Rossana, i cui occhi verdi iniziavano a brillare di soddisfazione: Angela era proprio il luogotenente di cui aveva bisogno. Ma l’illusione durò poco; quest’ultima assestò un colpo al dorso della mano di Rossana, e i piccoli tesori volarono via e si sparsero all’ingresso della scuola, attirando l’attenzione di Annunziata, la bidella spiona, e di un gruppo di ragazzine che osservavano incuriosite ciò che stava accadendo.
“Ma allora sei proprio cretina!” disse spazientita la nuova della scuola pubblica, abituata a sfide di ben altra portata e, soprattutto, a vincerle. Fece per girare sui tacchi per lasciarla lì allocchita, quando sentì le risatine delle ragazzine guardone.
“E allora? Cos’avete voi da guardare? Avete qualcosa da dire?”

Le ragazzine non risposerò e il gruppetto si disperse velocemente con apparente indifferenza, mentre in realtà s’apprestava raccontare ai quattro venti ciò che aveva appena visto: non da tutte era amata Rossana la bella, e l’episodio era troppo ghiotto perché non avesse risonanza anche tra le allieve della quinta; la scuola del Sacré Coeur era popolata di signorinelle in miniatura dal colorito olivastro e da un’ambizione coronata da invidia che da lì all’età adulta non sarebbe più cresciuta, tanto era già sviluppata in quei piccoli corpi bruni. La vicenda avrebbe di certo suscitato una generalizzata soddisfazione, ma Angela circondò con un braccio le spalle di Rossana i cui occhi si stavano facendo umidi di lacrime d’umiliazione e abbandonò il teatrino infantile portandola con sé.
Madre Florentine, che aveva assistito a quanto accadeva oltre i vetri della finestra del suo studio al secondo piano, pensò di non aver fatto una scelta sbagliata.
Tra le due ragazzine si stabilì un forte legame, destinato a durare oltre l’esperienza del Sacré Coeur. Il carattere forte e già definito di Angela, come aveva previsto la lungimirante direttrice affiancandole Rossana la bella, avrebbe influito positivamente sulla fragile impalcatura emotiva di Rossana, che la bellezza e l’olfatto per in vento di cui era dotata proteggevano a guisa d’armatura di un cavaliere medioevale. Le due ragazzine rimasero inseparabili fino all’ultimo anno delle medie inferiori, ovvero fino a quando l’Opera della Libera Università di Mèrulas non liberò dalla secolarizzazione della Chiesa i bei palazzi neoclassici che costituivano la scuola privata...

 
categorie: una sola volta nella vita

Scritto da EvaCarriego alle ore 13:52 | Plink |
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sabato, 06 settembre 2008
Solitudine_215...Giungeva quindi fino alla Piazza della Solitudine, la piazza dal nome di una bellezza devastante in forte contrasto col luogo insignificante, che non suscitava nel viandante alcuna emozione particolare. Pompeo si sentiva invece a proprio agio nella piazzetta; arrivava lì e si sedeva in una delle antiche panchine di ferro battuto dipinto di verde, le spalle rivolte verso la chiesetta all’interno della quale riposava il sonno eterno della gloria un premio Nobel per la letteratura. Quest’ultimo veniva, a intervalli di tempo regolari, metaforicamente riesumato da una critica letteraria distimica, che per lungo tempo sonnecchiava e all’improvviso e senza mostrare alcuna aura veniva colta da empiti di revisionismo letterario. Dopo anni di silenzio si prendeva, senza apparente causa scatenante, a parlare della gloria locale: per settimane o mesi, ogni giorno e ovunque; nelle scuole, nei salotti letterari, nei circoli degli scacchi e nelle biblioteche comunali tracimavano stentoree parole d’orgoglio, spesso in eccesso rispetto a quelle effettivamente richieste dal caso. Qualsiasi intellettuale, di ogni taglia e levatura, ne parlava allora in termini entusiastici dal podio che estemporaneamente occupava; un fiume di parole veniva allora riversato su il premio Nobel che tutto il mondo c’invidia e ce lo studiano persino nelle università americane o, in alternativa, diventava fuor di dubbio che il premio Nobel può piacere o non piacere, e comunque con Esso dobbiamo fare i conti, perchè la sua arte ha influenzato intere generazioni di scrittori isolani.
Insomma, i non estimatori del verismo italiano con screzio isolano erano fregati della grande, per tacere di più d’uno scrittore underground d’ultima generazione, che del premio Nobel non aveva mai letto un fico secco. Accadeva a costoro che dopo le prime dieci pagine di un romanzo qualsiasi del Nobel che tutto il mondo c’invidia venissero colti da sonnolenza incoercibile, di quelle che fanno cadere all’improvviso il mento sul petto e riportano il dormiente alla veglia dopo un tremito di origine cerebellare, che rimette in essere l’equilibrio di quei corpiccioli astenici dedicati alle lettere. Dopo di ché l’intellettuale, così bruscamente riportato alla realtà, si apprestava a riporre con cura il libro accanto all’opera omnia del Nobel che tutto il mondo ci invidia, all’unico scopo di prendere polvere per diversi lustri a venire. La frase ricorrente della critica era quel tuonare e comunque con Esso dobbiamo fare i conti, che suonava terribilmente minaccioso: come se chiunque, per il solo fatto d’esser nato nella cittadina di Mèrulas e si dovesse accingere alla lettura dell’Almanacco dell’Agricoltore o, peggio ancora, a scrivere una lettera a un amico lontano, non avrebbe potuto farlo perché impedito dalla mancata conoscenza delle opere del Nobel, che tutto il mondo ci invidia. I concittadini, ovunque si trovassero e ne parlassero, sembravano contagiati da questa sorta di isteria intellettuale, sia che presenziassero a un’allegra tavolata presso il ristorante “La fata turchina”, sia che sedessero sulle comode poltroncine azzurre della graziosa e vivace biblioteca comunale. Miti cittadini, che svolgessero funzione di docenti presso la Libera Università di Mèrulas o di scopini comunali, e che si trovassero in assembramenti pari o superiori alle tre unità, diventavano feroci critici letterari non appena si rendevano conto che tra essi albergava un traditore che non avesse letto il premio Nobel che tutto il mondo c’invidia, o, non volesse il cielo, che l’avesse letto e non si fosse lasciato andare a lodi sperticate.
In nessuna parte del mondo accadevano cose così singolari come a Mèrulas: non risulta in letteratura che un parigino abbia mai detto “Il naturalismo non è nelle mie corde, non apprezzo Zola”, oppure “Non ho mai letto Zola” e per questo sia stato tacciato di disfattismo e ignoranza crassa o isolato in pubbliche assemblee o convivi privati. Nell’Isola di Pietra non accadeva ciò che era lecito perfino sotto il regno di Luigi Napoleone III, amabilmente ricordato, tra le altre cose, per la soppressione del suffragio universale; accadeva infatti, durante il Secondo Impero, benché il fatto avesse tutta l’aria d’essere solo un tacito accordo tra critici letterari e case editrici per far vendere di più il prodotto stimolando l’attenzione del consumatore, che su un autore ci fossero opinioni diverse a rendere comunque vivace, a volte fin troppo, il dibattito. Sul caso del premio Nobel che ci ha reso famosi nel mondo non esistevano due voci, ce n’era una sola, e questa sembrava non ammettere repliche di sorta. Questo malinteso senso di orgoglio letterario demaniale aveva contagiato persino la stampa isolana, che si preoccupava solamente di trovare foto e documenti inediti, dando per scontato il trito e piatto tributo che si deve al genio, tanto più se si tratta di genio nato da forti lombi mèrulesi. Di tutto questo Pompeo non si curava; il droghiere era fervente ammiratore del premio Nobel che tutto il mondo ci invidia e ne conosceva quasi tutta l’opera, ma per carattere non partecipava al dibattito che si scatenava in occasione di una delle metaforiche riesumazioni periodiche. In questo, sembrava essere il padre naturale di Cosimo, non amando entrambi essere al centro dell’attenzione.
Davanti al suo sguardo si estendeva la vallata di Brasièr, costellata di orti e vigneti attraversati da un sottile nastro d’asfalto simile a un serpente magro in preda a convulsioni, ovvero la vecchia provinciale che portava alle Baronie e poi alle splendide coste orientali. Starsene seduto lì, con il premio Nobel che tutto il mondo ci invidia alle spalle e con verdi vallate che annunciano il mare a separare dal Continente davanti a sé, aveva per Pompeo un potente effetto sedativo sulla sua ansia...

 
categorie: una sola volta nella vita

Scritto da EvaCarriego alle ore 08:45 | Plink |
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venerdì, 05 settembre 2008

 
categorie: stupidario, il bar dello sport

Scritto da EvaCarriego alle ore 09:59 | Plink |
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martedì, 02 settembre 2008
sguardi06Il giorno che Pompeo paventava più di ogni altro, arrivò.
Marina, secondo il parere dei suoi curanti, poteva essere dimessa e ritornare a casa: dipendeva solo dalla sua volontà. Erano passati molti mesi da quel terribile giorno in cui se l’erano portata via mentre lo ricopriva d’insulti. Ogni volta che Pompeo ci pensava veniva preso da sconforto; la speranza di un futuro felice l’abbandonava con la stessa velocità con cui lo prendeva senza un motivo, oppure solo perché i ragazzi vivevano, con lui e Mintonia, un’esistenza normale.
In particolare Cosimo sembrava aver dimenticato gli amici della mamma, i signori Staffa & Balloi, e le lunghe sedute ipnotiche davanti alla tivù insieme ad Annita, a chiedersi, piccolo ostaggio catodico, cosa mai significasse anacoluto e perché mai il saperlo avrebbe dovuto arricchire improvvisamente un oscuro insegnante elementare di Lacco Ameno.
San Pompeo dei Romantici sentiva che i ragazzi si agitavano se egli mostrava, anche solo con gesti nervosi, il suo stato d’animo nei momenti di sconforto. Così credeva il droghiere, senza sospettare che Cosimo e Annita avevano imparato a decrittare la musica dei sonaglini d’argento che  egli si portava, senza saperlo, nel petto: i bambini conoscevano la letizia della nona sinfonia di Beethoven e la sofferenza del canto degli Ebrei prigionieri in Babilonia di Rossini. Pompeo era l’unico a non sentire il suo cuore, perché, come spesso succede, il talento non si mostra a chi lo possiede. Quando pensava d’essere elemento di disturbo per quella che considerava la sua piccola famiglia, Battista, se non era al lavoro, diceva a Mintonia e ai bambini: “Vado a fare due passi, se non annaffio gli oleandri ai piedi del Monte, c’è caso che se ne muoiano: la stagione mi sembra secca quest’anno”, o altra facezia similare. Poi attraversava la corte fino al cancello sulla strada.
A volte incrociava, attraverso i vetri della finestra del secondo piano della casa accanto, il suo sguardo con quello della vedova del giudice Bellu. Giovanna Bellu non guardava, si limitava a vedere scorrerle la vita sotto gli occhi nel vicolo davanti casa, e questo le costava già uno sforzo non indifferente. Cristallizzata in una giovinezza che sembrava eterna, aveva rimosso la morte per aborto clandestino di una figlia adolescente e ignorava ostentatamente l’esistenza in vita di un figlio di cui tutti sapevano delle attività sovversive, giacché in seguito a un attentato contro le proprietà del capitale si era macchiato di duplice gatticidio.
Si diceva, a Mèrulas, che Antine Bellu continuasse indisturbato la sua vita di studente universitario nullafacente nella città che guarda il mare grazie alla vasta rete di protezioni che suo padre gli aveva cucito attorno, ché altrimenti sarebbe già stato in un carcere di massima sicurezza a scontare le sue pene. A dimostrazione che vox populi, vox dei come tutti i luoghi comuni sia solo un luogo comune, i fatti avrebbero dimostrato presto il contrario.
Ma questa è un’altra storia, e i protagonisti della vicenda di cui si racconta nulla hanno a che spartire con le vicende dei Bellu, se non il fatto di condividere la stessa strada nella stessa città.

 
categorie: una sola volta nella vita

Scritto da EvaCarriego alle ore 13:17 | Plink |
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