domenica, 31 agosto 2008
La vita scorreva e, strano a dirsi, fu davvero garbata con parecchi dei suoi passeggeri.
Cosimo iniziò a frequentare le scuole elementari di San Pietro, mentre Annita, più piccola di due anni, venne iscritta alle pre-elementari, così veniva chiamato l’asilo infantile del Sacré Coeur. Il piccolo Marras, fin dalla più tenera età, mostrò un carattere ben definito: non amava stare in prima linea. Di intelligenza vivace, riusciva bene in tutte le materie scolastiche; ciononostante non mostrò mai di voler primeggiare o d’essere competitivo per la soddisfazione di essere al centro dell’attenzione. La famigliola, perché un piccolo nucleo familiare si era spontaneamente composto con l’aiuto ormai indispensabile di Maria Antonia Gabbas nota Mintonia, poteva dirsi serena.
Era questa una matura vedova che portava il lutto stretto per un marito sbiadito nella memoria morto all’età di venticinque anni perché, come diceva Mintonia, non era mai stato particolarmente accorto. Infatti ebbe l’infelice idea di ammalarsi il giorno di Ferragosto, quando i professoroni sono tutti nelle loro ville al mare a grigliare pesci e arrostire maialetti giovani con i loro amici del Continente, lasciando le corsie in mano a dottorini appena rotolati giù dalle scale dell’università: che non sanno neanche mettere due punti, non sanno.
Quel lutto, più che per il giovane appena convolato a nozze e, a onor del vero, ormai diventato un caro ricordo più che un dolore sempre vivo, era portato, come ben sapevano i concittadini, come monito per tutti coloro che avessero in animo di ammalarsi durante la stagione calda: abbiate accortezza di non ammalarvi il giorno di Ferragosto, ché i professoroni sono nelle loro ville, non fate come il mio povero Badore. Per Mintonia, che lo sfortunato sposo fosse deceduto per epatite alcolica fulminante era fatto di secondaria importanza: salvare glielo dovevano, e i dottorini rotolati giù dalle scale dell’ateneo della grande città che guarda il mare non ne erano stati capaci: questi erano i fatti, tutto il resto erano solo chiacchiere.
Sebbene irremovibile in queste sue convinzioni, la massiccia ed estroversa vedova non era divenuta persona arida e chiusa ai sentimenti che si crogiolava nella sua antica disgrazia; ottima padrona di casa e con doti di grande cuoca, in particolare nel settore pasticceria, era adorata dai bambini. Viveva con loro fino a tarda sera; poi, a una certa ora, indossava il suo impermeabile quattro stagioni - lo utilizzava perfino d’estate -, infilava le scarpe a mezzo tacco e metteva le ciabatte in una busta di plastica per avviarsi verso casa sua. Mintonia dispensava affetto sincero e soffici torte ricamate di zucchero in egual misura: elementi indispensabili, entrambi, per vivere una prima infanzia felice e serena.
I ragazzi continuavano a chiedere della loro madre; ma lo facevano senza accenti lagnosi e come chi ha la certezza che quest’ultima sarebbe presto tornata: si tenevano informati.
Anche Pompeo nutriva la certezza che Marina sarebbe tornata; ciò di cui non era affatto sicuro era che sarebbe rimasta a vivere con lui e con i suoi figli.
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mercoledì, 20 agosto 2008
Pompeo Manconi, a distanza di anni dalla mattina in cui tirò giù la saracinesca del suo negozio apponendovi il cartello – TORNO SUBITO -, non mancava di volgere, di tanto in tanto, un pensiero a Irene Malpezzi.
L’angelo severo che l’aveva smosso dal suo granitico romanticismo e aveva fatto in modo di salvare la sua vita e quella delle persone che amava, se n’era andata nell’arco di sei mesi, uccisa da un tumore così diffuso nel suo infaticabile corpo che neanche i medici vennero a capo di quale organo fosse stato colpito per primo.
“Non risparmi sulla morfina, dottore” era solita scherzare col suo oncologo nonostante il dolore, “Se mai guarissi e dovessi diventare tossicodipendente, ho un sacco di conoscenze nell’ambiente: da una parte e dall’altra della barricata. Vuole che qualche centro di recupero non si prenda cura di me? Mal che vada, saprei bene dove procurarmi la dose.” Il dottore sorrideva di un sorriso triste senza trovare uno straccio di battuta con cui poter duettare con Irene. Sorrideva come sorridono tutti i medici del mondo ai loro pazienti quando i pazienti sanno di essere condannati. Pompeo la ricordava così, come un angelo severo, e non aveva scordato quanto le fosse stata d’aiuto durante i primi tempi, con Marina e i ragazzi.
Quando egli irruppe in casa di lei, quel lontano mattino, salutò i bambini che gli aprirono la porta e preparò loro la colazione con ciò che riuscì a trovare in cucina. Poi li lasciò dove Cosimo e Annita pensavano fosse l’unico posto al mondo in cui i bimbi dovessero stare: davanti alla tivù a guardare cartoni animati di super eroi spaziali e quiz a premi dove si vincevano un sacco di soldi se solo sapevi il significato di anacoluto. I due innocenti non immaginavano che il regno di Stupidolandia stesse per finire, sostituito da un governo democratico fatto di regole da seguire e di premi di cui gioire, fino alla conquista del Primo Premio Assoluto, che non era un sacco di soldi come a Stupidolandia: ovvero la Responsabilità con tutto il suo corredo di privilegi. Pompeo pensava velocemente, mentre versava cereali al cioccolato nelle ciotole sbeccate dei ragazzi.
“Hanno bisogno di me, e io di loro. Hanno bisogno di me. Fa’ in modo, chiunque Tu sia, che questa donna mi prenda per sé e per sempre nonostante la nostra differenza di età, nonostante ancora non mi ami, nonostante in questo momento probabilmente non sia neanche in grado di riconoscermi”
Recitava a se stesso, Pompeo Manconi, come una sorta di promessa matrimoniale, e la reiterava mentre faceva il giro della casa alla ricerca di bottiglie e flaconi di farmaci da buttare nella spazzatura.
Se la vide comparire davanti all’improvviso, forse svegliata dal rumore delle bottiglie che egli freneticamente gettava nella spazzatura, forse svegliata dal rumore dei sonaglini del cuore di lui che vibravano a frequenze mai raggiunte prima. Pompeo aveva davanti a sé una donna di non ancora trent’anni e di una magrezza che la rendeva simile a uno spaventapasseri; aveva occhiaie spaventose e indossava nient’altro che una camicia enorme, certamente appartenuta a Giacomo Marras. Era talmente fatta che non sentì vergogna di non indossare nemmeno gli slip.
“Prendimi per te e per sempre. Prendimi nonostante la nostra differenza di età, nonostante ancora tu non mi ami, nonostante in questo momento probabilmente tu non sia neanche in grado di riconoscermi”, recitò a voce alta Battista.
“Tu sei pazzo… e sei anche il droghiere del negozio all’angolo, ti conosco”, biascicò lei prima di cadergli, addormentata di sonno ferrigno, tra le braccia.
Non fu facile, per entrambi. Lei continuò a pensare a lungo che il pazzo, tra i due, fosse lui.
Probabilmente non aveva torto, ché l’innamoramento, è notorio, obnubila il discernimento. Alcuni cadono pazzi e smarriscono il senno in satelliti inospitali, tanto saranno amici stupidotti e di cuore puro – a rischio della loro stessa incolumità – che si premureranno di andare a recuperarlo; altri se ne volano via come colombe chiamate dal desiderio e accusano della loro follia oggetti innocenti come i libri; altri ancora scatenano guerre della durata di trent’anni per i begli occhi di donne dalla reputazione non proprio immacolata. L’impresa del droghiere non fu meno titanica.
A volte gli sembrava d’impazzire, Marina in crisi d’astinenza era ingovernabile: gli gridava di sparire dalla sua vita, che non aveva alcun diritto di interferire e che mai e poi mai gli avrebbe permesso di toccarla con un dito; accompagnava questi concetti, di loro già straordinariamente espliciti, con lancio di suppellettili di diversa misura e scarso valore, che raramente colpivano l’obiettivo, ovvero Pompeo innamorato. Quest’ultimo, la cui pazienza sembrava essere pari all’amore che nutriva nei confronti della sventurata, più volte aveva dovuto ricorrere all’aiuto di Irene Malpezzi. La signorina Malpezzi era sì un angelo, ma possedeva un senso pratico e organizzativo da far invidia a un manager di alto livello.
“Ma come, Irene, addirittura il ricovero coatto? Non le sembra eccessivo nel caso di Marina? Sono certo che io, con tutto il mio affetto e la mia pazien…” fece il droghiere innamorato.
“Non dica cazzate, Pompeo. Lei non ha alcuna competenza specifica per gestire i demoni di Marina. Le dirò di più, lei in questo momento può essere solo d’intralcio alla sua emancipazione: quella ragazza ha bisogno di uno specialista che la segua giorno e notte. Piuttosto, lei dovrà pensare ai bambini”, ribattè l’anziana signorina, lasciando Pompeo interdetto per quell’empito di decisionismo e anche, a dirla tutta, per quel cazzate del tutto inaspettato.
Il giorno successivo Irene contattò due medici di cui godeva della fiducia incondizionata i quali stilarono un documento in triplice copia senza neanche visitare Marina. La sottile e volitiva Malpezzi, con i fogli custoditi nella sua borsetta di pelle rigida, da signora d’altri tempi, scomodò il sindaco che pranzava presso il ristorante “La fata turchina” con l’architetto di fama e grida giunto appositamente dal Continente per discutere dell’ennesimo piano regolatore della città di Mérulas, al fine d’ottenere la firma di cui aveva bisogno. Rimaneva il giudice tutelare, un tipetto sabaudo alto, sebbene dai piedi e mani piccoli e femminili, e dal ricciolo biondo; non privo di una certa nordica bellezza non accompagnata da altrettanto spirito, il giudice era ben contento di essere finito in quelle lande alla periferia del Regno, dove contava di vivere senza preoccupazioni e di trovarsi una moglie altrettanto bella di lui e socialmente appropriata. Costui, fino a quel momento del tutto assorbito dalle funzioni burocratiche e completamente all’oscuro delle dinamiche sociali e familiari che animavano sotterraneamente la cittadina, nonché abituato a farsi trovare la pappa pronta dalla cancelleria del Palazzo di Giustizia di Mèrulas, non riuscì a nascondere un moto di fastidio davanti alla documentazione che non seguiva le normali vie burocratiche. Quando si trovò davanti una delle triplici copie che stabilivano il trattamento sanitario obbligatorio e che necessitavano della sua firma svolazzante, rimase per qualche secondo con la bocca aperta per la sorpresa. Era il primo ricovero che occorreva nella cittadina da che la legge, di recente, era stata varata: un avvenimento, dunque una seccatura. Si chiese, il giovane biondo, se i provinciali potessero essere simili, in tutto e per tutto, peccati e nobiltà, ai cittadini. Ci pensò su per un buon quarto d’ora: poi appose firma e timbro dove di norma e tornò alle sue mansioni burocratiche senza darsi più pensiero della questione, che lasciò irrisolta senza risentire di alcun vuoto intellettuale.
Nel corso della stessa giornata, Marina venne ricoverata, decisamente contro la sua volontà, presso il reparto di Psichiatria dell’Ospedale di Mèrulas, ove rimase ben più di una settimana, il minimo lasso di tempo previsto dalla legge.
La portarono via che ricopriva Pompeo di insulti, alcuni dei quali straordinariamente fantasiosi, ed egli credette di averla perduta per sempre.
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lunedì, 11 agosto 2008
“Tanto mi serve solo per cucinare”, ripeteva tutte le mattine Marina Serra a Pompeo Manconi. E ogni mattina lui taceva, con la massima professionalità e una tristezza solo apparentemente rassegnata ma che invece gli sconquassava i sonaglini del cuore. Questi iniziavano a vibrare non appena lei entrava e raggiungevano l'acme in una musica disordinata quando se la sentiva accanto: se quella musica fosse stata udibile all'orecchio umano e non soltanto a quello dei cani e dei gatti privilegiati che popolavano numerosi il quartiere, sarebbe stata certamente notata da qualche compositore creativo e somministrata, tramite costosi cd, solo ad animi sensibili e intelletti dotati.
Già da tempo Pompeo sospettava che Giacomo fosse andato via di casa, ovvero da quando notò che i bottiglioni di “Staffa & Balloi” andavan via dagli scaffali del suo negozio come se in città si stesse tenendo l’annuale raduno degli Alpini d’Italia; eventualità, questa, da non prendere in considerazione per via dell’assenza di Alpi e alpigiani in quella terra di montagne bambine dalle cime arrotondate e argentee.
Discreto per natura, soffriva in silenzio, più che mai impegnato a tenere a freno i sonaglini del suo cuore, affinché non diventassero talmente rumorosi che anche lei, benché abitualmente in preda a ottundimento alcolico, ne potesse sentire la musica che avrebbe inchiodato il commerciante ai suoi sentimenti.
La guardava, fermo sulla soglia del negozio e con le braccia impotenti lungo i fianchi, camminare sulla strada in salita che portava alla palazzina dove viveva con i bambini. Insicura sulle gambe, sempre più sottile e cinerea. Ogni tanto si fermava accanto a uno dei platani, che in filari abbellivano i lati della strada; poggiava i sacchetti di carta della spesa sul marciapiedi e volgeva attorno lo sguardo con aria assente. I vicini vedevano, sapevano e compativano di compatimento peloso, come sempre accade in queste occasioni.
Lui aveva una gran voglia di correrle dietro e di stringerla forte, con quei bicipiti ultracinquantenni da “Circolo amanti della boxe”, più grossi della vita di lei, e avrebbe voluto farlo senza dirle una parola. Ma non lo faceva mai.
Finché un giorno, alla presenza della signorina Malpezzi, molto attiva tra le dame della Croce Rossa e in altre attività di volontariato, Cosimo non entrò di corsa nel negozio. Senza salutare nessuno si avviò velocemente verso la gondola centrale, dove erano esposte le bevande e gli alcolici. In punta di piedi cercò di raggiungere il bottiglione di vino bianco da due litri sul ripiano più alto, e per poco non si rovesciò addosso diversi bottiglioni. La signorina Malpezzi accorse in suo aiuto e gli porse la bottiglia evitando il disastro liquido, se non peggio; non gli disse nulla.
Il ragazzo fuggì così come era arrivato, senza un saluto e ignorando il pagamento alla cassa. Indossava un pigiama di felpa con fantasiose chiazze di cioccolata e di latte vecchio virante al giallognolo, scarpe da tennis che un tempo dovevano essere state bianche; probabilmente non si lavava i denti e il viso da settimane.
“ Quel bambino ha sei anni”, disse la signorina Malpezzi mentre pagava la sua spesa, senza alcuna intenzione di fare pettegolezzi e senza aggiungere altro. In realtà non c’era altro da aggiungere.
“Sono 10 euro giusti giusti, signorina”, disse Pompeo gentilmente.
“Grazie”, fece lei, “I suoi prodotti sono i meno cari del quartiere, nonostante siano di ottima qualità”. Lo guardò negli occhi e lui capì che lei non avrebbe detto altro; se ne sarebbe stata zitta. Nessun assistente sociale avrebbe, per il momento, bussato alla porta dei Serra.
“I suoi prodotti sono i meno cari del quartiere, nonostante siano di ottima qualità”
La Malpezzi non era donna da far promesse generose senza alcun riscontro: gli stava porgendo, con la garanzia non esplicitata di tenere la vicenda tra loro due, una possibilità; un’estranea con la quale aveva un rapporto cordiale ma straordinariamente superficiale, gli stava offrendo la possibilità di cambiare la sua vita.
Pompeo pensò che era giunto il momento di abbandonare il suo romantico stato di innamorato silenzioso e di instaurare con i sonagli del suo cuore un rapporto franco e diretto, ché certamente ne avrebbero tratto giovamento entrambi. Non appena la Malpezzi se ne andò, mise via il grembiule griffato da una nota casa di salumi e tirò giù la saracinesca del negozio. Poi, giacché era un uomo preciso, vi appose un cartello plastificato con su scritto – TORNO SUBITO – .
Si assentò, tra lo sgomento degli affezionati clienti e del fratello trasparente - il quale, a onor del vero, non provoco molti danni all’attività di famiglia - per tre settimane consecutive.
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martedì, 05 agosto 2008
Giacomo Serra era convinto, date le sue capacità, che il vero ostacolo affinché la sua vita subisse una svolta, quella che l’avrebbe resa degna d’essere vissuta, fosse la sua famiglia. Considerava d’intralcio alla sua realizzazione di essere umano una donna triste e alcolizzata e due bambini trascurati e infelici.
“Ritorno dal lavoro stanco e affamato e mi trovo in questa casa di merda, con una troia di merda che dorme tutto il giorno e con due bambini allevati da una tivù di merda”, era il suo saluto abituale subito dopo aver chiuso il portoncino dell’appartamentino popolare in cui abitava la gaia famigliola.
Ai bambini non importava nulla del linguaggio del loro padre, che comprendevano benissimo, giacché non erano cresciuti nella Fifth Avenue. Non appena lo vedevano entrare in casa, qualunque attività stessero svolgendo in noiosa solitudine, gli correvano incontro. Erano contenti perfino dei grandi fogli di pvc che il babbo portava loro dalla fabbrica e che crepitavano allegramente sotto i loro piedini.
Non è che Giacomo non amasse i propri figli, ma la sua ambizione – come accade a molti – lo induceva a sovrastimava le sue capacità reali. Pur non essendo del tutto privo di senso critico, attribuiva il suo fallimento – come accade a molti – a ostacoli esterni dei quali si riteneva solo parzialmente responsabile.
Come poteva prevedere che Marina, proprio quella Marina che avrebbe voluto, come lui, cambiare il mondo, sarebbe divenuta di lì a pochi anni un’alcolista senza speranza e che, per sovraccarico, gli avrebbe dato due bambini di cui doveva occuparsi da solo?
Forse era migliore di lui quell’idiota sgrammaticato del Francioli che sedeva, con quel suo sorriso da museo delle cere e quell’insopportabile e precoce riportino color carota, tra gli scranni della sinistra nel Parlamento regionale?
No, certo che no; gli dava atto però d'esser stato più accorto di lui: aveva solo sposato la figlia minore di Angelino, il grossista di carni dalle molte conoscenze e legami e che ben presto l’avrebbe introdotto nell’ambiente che decideva delle umane cose.
Quel Francioli lì non aveva sospetto di influire così pesantemente nella vita di Giacomo, di cui a stento ricordava la faccia nonostante la città non fosse una metropoli; se l’avesse saputo se ne sarebbe certamente pavoneggiato con gli intimi del suo giro. A ogni modo Francioli, aveva finalmente smesso di buttarsi in ogni affare che gli venisse proposto - nessuno dei quali era giunto a buon fine – e si era affidato alle sapienti mani del suocero e degli amici di lui, che l’avevano ripulito e sottoposto a una full-immersion di storia, economia e politica a partire dalla Costituente ai giorni nostri, giacché non c'era tempo per altro poiché le elezioni s’appressavano.
Venne così gettato nell’agone politico, vecchio arnese della politica ancor prima di iniziare una fulgida carriera politica (se avesse potuto, avrebbe usato questi termini obsoleti nei suoi stessi confronti).
Il matrimonio con la più giovane degli Angelino, dunque, l’avrebbe condotto a sedere in Parlamento nel 2021 e in Senato nel 20028, a causa di contingenze favorevoli successive a elezioni anticipate, per via di quella che venne ricordata come “La svolta autoritaria” del Presidente della Repubblica, ormai con un punteggio Alzheimer mini- mental test così basso da non poter essere più nascosto a nessuno.
Giacomo prese la sua decisione subito dopo le ultime elezioni regionali del 1900, meritevoli – per i più - d’essere ricordate solo per essere state le ultime del secolo scorso; non fu così per Giacomo.
Per Giacomo furono le elezioni in cui quell’idiota del Francioli venne chiamato a occupare il mitico scranno nel Parlamento regionale. Proprio quell’idiota senza talento, quello che non aveva la metà del suo sapere in ogni campo dello scibile umano e alle superiori rosicchiava puntualmente la promozione per via di quelle oche attempate di filosofia e italiano che pendevano dalle sue carnose e sensuali labbra.
Però quell’idiota del Francioli era sulla vetta della scala di valori di Giacomo e del mondo; non solo lo aveva superato, ma doppiato numerose volte: era più di quanto egli riuscisse a sopportare. Così un pomeriggio, dopo aver giocato con i bambini con una partecipazione sconosciuta che rallegrò molto i due innocenti, strappò un foglio da un’agenda vecchia di dieci anni e mai usata; ci scrisse sopra due righe:
“ Me ne vado, è meglio così per entrambi e per i bambini.
Ho lasciato la cena nel frigo.
Giacomo”
Questo scrisse, il valente oratore umiliato dalle contingenze sfavorevoli; poi salutò con affetto i bambini, istintivamente agitati per quelle cure a cui non erano avvezzi, e mise il biglietto sul cuscino della moglie. Marina dormiva di un sonno drogato e senza sogni, con la bocca semi aperta. Lui s’accostò al suo viso come per darle l’ultimo bacio; se ne ritrasse schifato non appena l’alito di lei, saturo come un gas esplosivo d’alcool e chetoni, gli investì le narici.
Si chiuse la porta alle spalle, senza salutare i bambini, i quali non si distrassero nemmeno dall’ipnosi della tv.
Un pirata tutto nero che per casa ha solo il ciel
ha cambiato in astronave il suo velier
il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà,
vola all'arrembaggio però un cuore grande ha
Andò via sulle note di “Capitan Harlock” senza voltarsi indietro una sola volta: lasciava i suoi figli in buone mani.
“Forse migliori delle mie”, pensò mentre scendeva le scale quasi volteggiando, ignorando l’odore di minestrone che stazionava perennemente fino al portone d’ingresso.
Vola all’arrembaggio però un cuore grande ha: il babbo di Cosimo e Annita era diventato il loro eroe preferito.
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