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Eva Carriego



giovedì, 25 ottobre 2007
L'opera seconda di Eva Carriego sarà in libreria tra qualche giorno, per conto dei tipi - sempre oltremodo sprezzanti del pericolo - della IRIS Edizioni.

Nelle more della trepida attesa, ecco a voi un breve passo:


baffi di cacao 1La strada che portava alla casa alta e stretta di Adele Sanna era come un serpente sottile e nervoso dalle squame di pietra, che si arrampicava in salita.
Il selciato vecchio dai ciottoli piccoli e bombati, sebbene strettamente incastonati l’uno vicino all’altro, era una vera trappola per quelle viandanti che avessero voluto percorrerlo su tacchi alti e sottili, costringendosi inevitabilmente al supplizio di un’andatura lenta e circospetta. Ma Valeria, lo calpestava di primo mattino, a passo deciso, con comode scarpe da tennis di tela bianca e la suola di gomma dura.
Indossava una tuta da ginnastica nera con le bande bianche verticali sul pantalone, un montgomery di panno blu con gli alamari sbottonati e una sciarpa rossa come le sue guance. Portava i libri di greco e storia ben stretti nella cintura di gomma morbida e sembrava non sentire il freddo; il vento di fine inverno infilava le sue dita gelide nelle viuzze strette, sollevandole il montgomery sbottonato, ma lei non se ne curava.
Erano ormai quasi quattro mesi che Michele fingeva di studiare medicina nella Capitale per far contento suo padre, che a sua volta fingeva di ignorare che al figlio, della medicina, importasse ben poco. La inondava di lettere, il giovane Orrù: non passava settimana senza che la ragazza ricevesse una dichiarazione d’amore appassionato, accompagnata dalla convinta offerta dell’unica prospettiva che si deve a una donna rispettabile: quella di una vita insieme benedetta dai sacramenti, e in tempi ragionevolmente accettabili, ché la giovinezza va vissuta, cazzo, e un uomo a ventisette anni è ancora giovane, se il censo glielo permette. 
Certo, le cornacchie baffute sarebbero state ben liete di conoscere il contenuto delle missive amorose: “perché sa, io su queste cose non mi sbaglio: troppe ne ho visto nella vita, signora…” Avrebbero pregato per la redenzione della giovinetta che aveva smarrito la strada della rispettabilità ma che, con la dose dovuta di pentimento prima e di espiazione poi, l’avrebbe forse ritrovata.
Per Michele invece non avrebbero sprecato preghiere, non ne aveva bisogno, lui: “ché si sa, signora, l’uomo è cacciatore, toccava a sua figlia tenerlo al posto suo…” Le loro orazioni sarebbero perciò salite al cielo solo per cause che davvero lo meritassero, ovvero solo per giovinette indigene che avevano smarrito il senno o per bambini dalle pance enormi mezzo morti di fame nel Terzo mondo. Di questi ultimi si potevano apprezzare le fotografie in bianco e nero nelle bacheche della chiesa, vicino all’orario del catechismo, utile memento per ogni pia donna che avesse voluto dare ai propri pater-ave-gloria un senso che andasse oltre l’abitudine.
Valeria e suo fratello Antine avevano avuto un’educazione a cavallo tra il laico e il religioso, un ibrido che contemperava il codice morale del giudice – improntato al rispetto della persona e della proprietà – e la religiosità tollerante della loro madre. Non erano figli dell’immediato dopoguerra: conoscevano la ricostruzione della grande città che si affaccia sul mare dopo i bombardamenti americani del 1943 solo dai libri di storia e dai racconti del giudice Bellu, che allora frequentava la facoltà di Giurisprudenza a Cagliari.
La signora Bellu, alunna delle scuole medie della cittadina, ricordava spesso il giovane operaio che era stato appeso a un palo del telegrafo nei giorni della merla del 1945. Viaggiava in auto con suo padre sulla strada provinciale, bianca di gelo, che portava dal paese dei nonni alla cittadina, quando suo padre rallentò fino quasi a fermarsi, coprendole gli occhi col palmo della mano destra.
Lei sentì per la prima volta parlare il tedesco. La percepì come una lingua dura, povera e in fuga dall’ineluttabile. Parecchi decenni dopo, al solo udire il timbro secco di quella parlata – per lo più da parte di paciosi turisti biondi con bambini e secchielli al seguito nelle spiagge orientali dell’Isola – la signora Bellu sentiva ancora un brivido d’orrore che partiva dai lombi e si fermava alla base della nuca. Subito dopo l’invadeva il bisogno compulsivo di consumare un più che rispettabile numero di cioccolatini al latte nocciolati e ricoperti di glassa fondente. In quel mare di cioccolato annegava l’immagine del ragazzo penzolante dal palo del telegrafo, con la lingua gonfia che sporgeva tra le labbra e una macchia d’urina che si allargava sul davanti dei pantaloni, già cristallizzata ai bordi: specie di albero, quello, che abbelliva allora il ciglio di tutte le strade del Paese e che ispirava i poeti a scriverne per conservarne memoria e monito per le future generazioni.
Era riuscita a scorgere “l’albero” afferrando con entrambe le mani quella grande e amorosa di suo padre per scostarla dal volto. Ebbe a dolersene, in seguito, molto spesso: “Solo qualche mese, ancora qualche mese, e la guerra sarebbe finita. Lui sarebbe ancora vivo. Solo qualche mese”.
Ma se la guerra non fosse stata sul punto di finire e la storia avesse preso una piega alternativa, ipotesi assai cara agli scrittori di fantascienza e di fantapolitica, Giovanni Murru, ucciso dai tedeschi a sedici anni per costringere i suoi compaesani terrorizzati e ignari a rivelare dove fosse il covo dei banditi – peraltro mai visti, in quei luoghi di pastori e contadini dimenticati da Dio – sarebbe stato ancora vivo. L’esercito tedesco non avrebbe avuto motivo di una ritirata rabbiosa e follemente omicida. I vincitori sono cattivi, ma comunque sempre più tolleranti dei perdenti: la generosità è un prezzo che si può ben pagare al trionfo ed è un sentimento elegante, capace di guadagnare a chi lo indossi il premio di un busto da consegnare alla storia.
Giovanni Murru, se non avesse terminato i suoi ancora giovani giorni su quel palo di telegrafo, sarebbe diventato il gestore di una delle due sale cinematografiche della cittadina, sarebbe stato sempre fresco di barba appena fatta e di camicia di bucato e avrebbe forse avuto una moglie inglese insegnante madrelingua che avrebbe amato e che gli avrebbe dato due gemelli identici. Oppure sarebbe diventato lo scemo del villaggio, alcolista cronico, e avrebbe mangiato, gratis et amore dei, alla mensa parrocchiale.
Non si può dire con certezza cosa sarebbe divenuto, il giovane Murru, il cui doloroso ricordo era la causa prima della dolce pinguedine della signora Bellu. Quel che appare certo è che il giovane operaio morì assassinato perché la democrazia e la libertà tornarono in Europa e nel mondo intero. No, non si tratta di un errore di tempo verbale o di retorica post-tardo-bellica: il ragazzo non morì perché la democrazia e la libertà ‘tornassero’ nel mondo, ma perché ‘tornarono’.
Se infatti Hitler avesse avuto l’uranio per la sua arma segreta, se gli Stati Uniti avessero continuato a disinteressarsi di quel che avveniva dall’altra parte dell’oceano, fingendo perfino d’ignorare l’esistenza dei campi di sterminio che punteggiavano il Nord Europa, Giovanni Murru oggi potrebbe essere un funzionario dell’amministrazione italo-tedesca: niente vieta di escludere anche questa ipotesi.
Fortunatamente, alla signora Bellu non era dato conoscere realtà alternative, e di questo avrebbe dovuto essere grata all’eccezionale mole di variabili e di individualismi che governano la vita di ogni singolo uomo e degli interi popoli. Giovanni Murru, così come molti altri agnelli sacrificali sparsi nella Storia ovunque e in ogni tempo, era solo l’ennesimo innocente ucciso con indifferenza dalle contingenze. Se quel ragazzo ancora le toglieva il sonno, aveva pur reso la sua vita e quella delle persone che amava degna di essere vissuta.
Valeria – del tutto ignara del fantasma materno, e in ogni caso troppo impegnata a vedersela con il proprio – camminava spedita, e il suo ultimo pensiero al mondo era lo scompiglio che avrebbe gettato tra lo stormo delle cornacchie con le fardette d’ordinanza, utilizzate spesso per asciugare le mani ma mai adoperate per nettare la lingua.
I muri delle case erano alti e di un unico colore grigio con una gamma ristretta di sfumature. Dalle finestre con le grate che davano sulla strada veniva un aroma di caffè e di caffellatte, che improvvisamente provocò in Valeria una forte nostalgia, dando tregua al forte risentimento che nutriva per Michele.
Le madri di quell’isola nell’Isola preparavano la colazione per figli e mariti che si apprestavano alla scuola e al lavoro. Questa nuda scena di vita familiare solo intuita, così banale nella sua quotidianità, rafforzò il sentire di Valeria.
Lei era una figlia, lei amava il caffellatte e avrebbe continuato a berlo con i biscotti tutte le mattine prima di andare a scuola. Avrebbe continuato a sentire la hit parade all’ora di pranzo e a ballare sotto i portici di via Piemonte alla musica del mangiadischi gracchiante. Avrebbe saltato la scuola solo per quel giorno, forse qualche giorno in più per via di un’influenza: sua madre glielo diceva sempre di coprirsi, ché i mesi con la erre sono traditori e come niente ti fanno venire un malanno.
Laura Orrù, unica figlia femmina della schiatta di medici condotti dopo tante di quelle generazioni da perderne il conto, si sarebbe laureata in medicina. Né suo nonno né suo padre – che messo di fronte alle sue responsabilità si era infine risolto, tra la sorpresa generale, a concludere gli studi, sebbene al quinto anno fuori corso – avrebbero del resto accettato scelte diverse dalla tradizione familiare. Ma non fu necessaria alcuna trattativa: Laura avrebbe accettato di buon grado quella che per abitudine sembrava essere diventata, tra gli Orrù, un’imposizione.
Vissuta fin dalla più tenera età tra porta-aghi e sottili fili da sutura d’intestino di gatto, a soli cinque anni ne avrebbe chiesto la provenienza: “Il quartiere è pieno di gatti randagi, le riserve abbondano: ma se rimango senza ne scanno un paio e gli taglio a fettine sottili l’intestino” le avrebbe risposto suo nonno, ridendo forte nel vederla disgustata ma piacevolmente sorpresa, così come fanno tutti i bambini quando gli si raccontano storie truculente.
Anche lei, finito il liceo, avrebbe raggiunto l’università della Capitale dove, all’opposto di suo padre, si sarebbe laureata al termine di un cursus studiorum brillante e veloce. Suo nonno ne sarebbe stato così orgoglioso da riprendere a vagheggiare il progetto di tramandare il nome della famiglia ai posteri, almeno quelli della sua città, che peraltro gli bastavano, ché tanto lì iniziava e finiva il suo mondo.
Il vecchio Gastone, a distanza di tanti anni, non aveva infatti del tutto abbandonato l’antico sogno di una via cittadina – anche periferica, in uno di quei quartieri che sorgevano orfani di un qualsiasi piano regolatore ai margini selvaggi della città – intitolata a un “Orrù Qualunque, medico e benefattore”.
La figlia di Valeria Bellu non sarebbe però ritornata a casa a sedersi sulla poltrona di pelle rossa nello studio che era stato prima di Gastone e poi di suo padre Michele: avrebbe iniziato la carriera universitaria nella Capitale. Avrebbe studiato certe cellule giovanissime, che a vederle al microscopio a scansione di fase non gli avresti dato un centesimo, ma che in un laboratorio attrezzato avevano la capacità, se stimolate con la dovuta gentilezza, di assumere sembianze e ruolo di cellule di qualsiasi organo e apparato.
‘Le belle dormienti’, così le avrebbe chiamate Laura Orrù, e avrebbe passato felice le sue giornate nei laboratori di genetica di mezzo mondo, sorprendendosi ogni volta che accadesse ciò che aveva previsto.
Si sarebbe innamorata di un assistente timido, del tutto privo di ars oratoria, che al contrario di lei avrebbe evitato come la peste le passerelle dei congressi nazionali e internazionali, preferendo stare in laboratorio a mettere insieme estenuanti esperimenti capaci di dimostrare la veridicità dei suoi assunti.
La comunità scientifica, vittima anch’essa della banale convenzione dell’apparire, avrebbe considerato lei il cervello delle belle dormienti, e lui un gregario come tanti altri dottorandi. Laura, però, non avrebbe dato peso alle convenzioni né alle gerarchie universitarie ma solo, cosa più unica che rara, alle capacità degli altri. Per un colpo fortunato della sorte, la retorica della uguaglianza tra gli uomini le sarebbe stata del tutto estranea, mentre avrebbe fermamente creduto nel diritto alle uguali possibilità tra i simili. Da scienziato, avrebbe capito la differenza tra similitudine e uguaglianza, e avrebbe apprezzato la similitudine come paradossale differenza e diversità.
Il giudice Bellu sarebbe stato certamente fiero di lei, e avrebbe amato quella giovane nipote così simile a lui nell’aspetto e nel pensiero, vantandosene spesso con gli Orrù.
In seguito Laura avrebbe sposato l’assistente timido e laconico, che le avrebbe dato tre figlie femmine con uno sguardo chiaro come il suo e indagatore come quello del loro padre.
La casa degli Orrù sul colle della cittadina avrebbe vissuto, come se i muri ne sentissero nostalgia, nell’attesa delle vacanze di Natale e di quelle estive, quando le tre fanciulline, prima bambine vestite come bambole e poi adolescenti fuck the system con ciuffi di capelli gialli e rosso per labbra color cenere, ne avrebbero cambiato respiro e connotati. La casa dei nonni avrebbe iniziato a riempirsi di giochi adatti alle femminucce, secondo il metro degli Orrù: Barbie dottoressa, Barbie veterinaria, il piccolo chimico, il piccolo medico, l’allegro chirurgo, la fabbrica dei mostri, quella delle bambole e via di questo passo.
Tutto questo sarebbe accaduto se Valeria Bellu, la mattina di un aprile ancora freddissimo ma con i primi fiori di mandorlo che sporgevano sulla strada dai rami dagli alberelli stitici delle cortes del quartiere in cima alla città, non si fosse avviata lungo la strada stretta, simile a un serpente sottile e nervoso dalle squame di pietra, che si arrampicava in salita dalla città bassa fino alla casa di Adele Sanna.
Tutto questo sarebbe accaduto se Valeria Bellu fosse stata, a quell’ora del mattino, seduta al primo banco della fila centrale nell’aula della terza A, al secondo piano del liceo classico, e non in una cucina piccola e con una finestra che si affacciava sul verde cupo e uniforme del monte Orthobene, quasi completamente occupata da un grande tavolo dal ripiano di marmo pulitissimo e odoroso di disinfettante.
Tutto questo sarebbe accaduto se il ferro da calza numero cinque di Adele Sanna, dopo aver perforato il petto di colei che sarebbe stata Laura Orrù, non avesse maldestramente proseguito la sua strada attraverso il fondo dell’utero fino gli intestini accuratamente toilettati di Valeria Bellu, frutto di tre giorni di disgustoso infuso di foglie di senna: che sembrarono al medico legale puliti come quelli di un gattino appena nato.



Aggiornamento:

Si informa l'inclito e/o colto lettore che "Baffi di cacao" è ora reperibile nelle librerie (quelle di via Su culurjone, suppongo, data la distribuzione eufemisticamente risibile) nonché su:


 

e su:



oppure su:




Cliccare senza alcuna tema: comparirà un paio di baffi oltremodo charmant.



 
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Scritto da EvaCarriego alle ore 22:43 | Plink |
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giovedì, 18 ottobre 2007

SchielegifCamminava, durante una mattina così giovane da poter essere definita ancora notte, lungo lo stretto sentiero cosparso di brecciolino.
Ignorava di aver perduto la capacità di seguire lo scorrere del tempo: disorientamento spazio temporale in soggetto femminile con disturbi dell’alimentazione e allucinazioni, era stata la diagnosi del medico.

Camminava, dunque, sulle punte, in fretta e a piccoli passi: come se avesse paura che il rumore prodotto dalle sue vecchie pantofole a contatto con la ghiaia potesse svegliare i dormienti all’interno degli ampi caseggiati che sorgevano lungo il ciglio del piccolo sentiero. La bassa foschia non accennava a salire verso il cielo, ostinandosi a nascondere i miseri ciuffi d'erba giallastra che delimitavano la stradina.
Novembre stava per compiere il suo giro di boa e la temperatura molto bassa annunciava un inverno freddissimo. Quella camminata, ed entrambe le mani ben nascoste sotto le ascelle alla ricerca di tepore, le davano un aspetto buffo: la facevano assomigliare a un etereo quanto improbabile pinguino.
Le sembrò che un milione di occhi neri e tondi, incavati in volti scheletrici color della cenere, la osservassero inespressivi da dietro i vetri delle finestre dei padiglioni.
Aveva la precisa sensazione che la odiassero, poteva udire i pensieri che nascevano dietro quegli occhi infossati circondati da occhiaie profonde: erano contenti che lei fosse lì al freddo, mentre loro avevano un tetto sopra la testa, sebbene le stufe dei cameroni non riscaldassero molto. Quell'inverno si annunciava povero e il carbone era di cattiva qualità. Bruciava in fretta e riscaldava poco; inoltre, il cibo sembrava non bastare mai.
Ma lei aveva trovato il modo di risolvere il problema, aveva smesso di mangiare.
Il solo pensiero di farlo le provocava dei conati di vomito.
Se solo quegli enormi occhi avessero smesso di osservarla, e se solo lei avesse perso la capacità di sentire i pensieri degli altri ospiti.
Respirava l'ostilità che la circondava, però non era stato sempre così. C'era stato un tempo in cui, appena arrivata, nessuno la odiava: anzi, le altre donne si erano prese amorevolmente cura di lei come fosse stata una bambina, e non un’adolescente alta e con dei capelli lunghi, mossi e brillanti come la buccia delle castagne appena liberate dal riccio.
Dal reparto maschile le giungevano le occhiate languide degli uomini, sebbene nessuno di loro osasse rivolgerle la parola per via del severo divieto alla promiscuità imposto dalla direzione. Una volta, ma allora riusciva a mangiare senza vomitare subito dopo, un uomo giovane, quasi un ragazzo, era riuscito a farle avere in dono un pezzo di cioccolata avvolto in una carta stagnola luccicante.
Poi, le cose erano cambiate: aveva iniziato a sentire i pensieri degli altri.
Presero a odiarla senza ragione, e lei non riusciva a capire come tutto fosse iniziato. O forse non lo ricordava.
Sentiva un pensiero unico, dominante, che si ripeteva all'infinito senza trovar via di fuga nel labirinto senza uscita delle sue circonvoluzioni cerebrali.

Devi morire.
Morirai, tu morirai affinché noi possiamo sopravviverti: tu là fuori, noi qui, dentro e al sicuro.
Tu devi morire.

Così ordinavano le voci dietro gli occhi tondi e scuri.


L'uomo che trotterellava dietro di lei, un vecchio di settant'anni che portava occhiali dalla montatura sottile, nella sua vita precedente era stato insegnante di inglese all'università; improvvisamente perse l'equilibrio e le cadde addosso. Come nel gioco del domino lei cadde a sua volta addosso alla donna che le stava davanti, e così via, finché non finirono per terra almeno una decina di persone, gambe all’aria e mani che cercavano di afferrare il vuoto nel tentativo di rimettersi in piedi il più presto possibile.
I milioni d'occhi dietro i vetri scomparvero tutti insieme in un refolo gelido di paura.
Si ritirarono maledicenti e infuriati, e lei sentiva più forti le voci che le squassavano il cervello e che le dicevano parole orribili.
Maledetta, maledetta, che tu sia per sempre maledetta.
Non basterete, tu e i tuoi compagni, a placare la sete di morte, oggi non basterete: ne vorranno altri.

Non più occhi, solo voci e ancora voci.

Ma evidentemente, la giornata del 17 novembre del 1944 era destinata a essere una giornata fortunata. Rebecca Palermo vide gli uomini che accompagnavano lei e gli altri alla casa di mattoni rossi ridere contenti. Trovarono divertente l’incidente e l'aiutarono a sollevarsi, mucchietto d'ossa in un'altra vita ginnasiale e figlia amata di genitori dimenticati in fretta, afferrandola per i risvolti del pigiama a bande verticali dal colore indefinito che un tempo erano state bianche e nere.
La rimisero in piedi, aiutarono perfino i suoi compagni, e quando la fila fu ricomposta ripresero il cammino verso la costruzione bassa di mattoni, che portava sopra l’ingresso principale un cartello di latta con la scritta “Docce”. Continuarono a ridacchiare e a parlarle direttamente, ma Rebecca Palermo non capiva la loro lingua; riuscì a capire solo “principessa” inserita in una sequenza di parole incomprensibili. Principessa era il nome con cui l'avevano chiamata fin dal suo arrivo, mesi prima, per via della sua bellezza quasi aristocratica, sebbene fosse ancora così giovane.
Malgrado la foschia non accennasse a diradarsi e l’umidità fosse così densa da impallinare gli abiti di gocciole d’acqua, prese a nevicare fittamente.

Nevicarono fiocchi grandi e lievi, che si posavano sulle ciglia, sulle sopracciglia e sulle labbra degli uomini e delle donne in pigiama. Erano fiocchi che non si scioglievano, non erano freddi, anzi: davano una sensazione di tepore sui volti congelati.

Gli occhi ricomparvero a grappoli dietro i vetri bui delle finestre, e le voci nel cervello di Rebecca, che le avevano dato un attimo di tregua durante quel buffo gioco del domino, ripresero come prima, cattive e senza sosta. Erano ormai diventate parte di lei.
Prima di entrare finalmente nelle locale delle docce, esitò per un istante e si voltò indietro per l’ultima volta.
In fondo allo stretto viale vide il cancello di ferro battuto che aveva varcato solo pochi mesi prima, e da lontano lesse ancora una scritta speculare dai caratteri quasi eleganti suddivisi tra le due ante, in alto: Arbeit macht frei.


Due giorni dopo che Rebecca Palermo si fu trasformata in neve candida, soffice e tiepida, Himmler diede l’ordine di demolire le camere a gas e i forni crematori.
Poco meno di due mesi dopo, il diciottenne Mikhail Kolyubakin dal viso lentigginoso e il suo massiccio capitano Ivan Goryunov, che per primi entrarono ad Auschwitz, trovarono solo qualche migliaio di esseri abbandonati, che un tempo erano stati uomini, ancora in vita.

E otto tonnellate di capelli umani imballati e pronti per il trasporto.

 
categorie: viaggi di carta, occhio alieno della aragosta

Scritto da EvaCarriego alle ore 21:31 | Plink |
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sabato, 13 ottobre 2007
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Scritto da EvaCarriego alle ore 19:39 | Plink |
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giovedì, 04 ottobre 2007
0golem Stavo cercando un posto tranquillo per scrivere un articolo per me molto ostico, che credo dovesse imperniarsi sulla particolare posizione del Libano - come si dice? -, sullo scacchiere politico medio orientale. Il mio direttore voleva che spiegassi all'ignaro lettore perché il Libano, già perla del Mediterraneo ai fastosi tempi di bancarottieri, nani e ballerine, fosse in seguito diventato un campo di battaglia per cristiani e musulmani. Costoro appartenevano a innumerevoli tribù, alcune delle quali, sebbene di uguali etnia e religione, si odiavano tra loro più di quanto non odiassero etnia e religione avverse, qual ora nel caso di specie si possa usare questo aggettivo legale.
Etica professionale avrebbe voluto che io, per primo, fossi a conoscenza del perché la grande finanza internazionale avesse abbandonato il Giardino dei Cedri e spostato altrove il centro dei propri interessi economici. Invece ignoravo tutto della questione, con le medesime, lievi inconsapevolezza e indifferenza dell'ormai mitica casalinga di Voghera.
Quel pomposo direttore d'un foglio di provincia - con tendenze sinistrorse, come attestava quel suo trasandato modo di vestire da vecchio rivoluzionario in disarmo -, mi aveva spostato alla politica estera solo perché il titolare era via per motivi di salute. Il povero Graziani soffriva di una polmonite che stentava a guarire. Sapevo come andavano queste cose: purtroppo c'era caso che mi trattenessi a tempo indeterminato alla politica estera. Ma io, accidenti, fino a una settimana prima ero alla cronaca nera locale: che diavolo ne sapevo delle strategie economiche mondiali?
Il tiranno si mostrò comprensivo. Capelli ricci e incolti color pepe e sale, lui: ultracinquantenne sovrappeso col toscanello aromatizzato al caffè perennemente tra i denti e un abbigliamento che meglio avrebbe figurato se indossato nei primi anni '70.
Io, trentenne palestrato, vestivo Armani e Prada ma ero innegabilmente avviato verso una calvizie anzi tempo, che si annunciava spudorata in un deserto tricotico sulle tempie e con una chierica precoce. Ma non era per questi motivi che il pomposo, pur non essendomi esageratamente antipatico, m'infastidiva. Apparteneva a quel genere di persone che pensa di sapere di ogni cosa in misura più che soddisfacente, così da poterne discutere o scrivere, qual ora se ne fosse presentata la necessità, certamente in maniera men che superficiale: quando non sempre, a suo avviso, da profondo conoscitore. Conscio della sua grandezza, fu pietoso nei miei confronti, che invece non coltivavo affatto queste certezze: mi diede qualche vecchio numero di Limes degli anni '90 e le chiavi della sua villa al mare.
"Non piantarmi grane Anfiossi," mi disse, "troverai perfino il mio portatile: non ti resta che fare un lavoro di cute and past e l'articolo è bell'e fatto".
Ero seccato e non lo nascondevo: nell'arco di ventiquattrore mi aveva spostato d'imperio dalla tetra certezza della cronaca nera ai marosi sconosciuti della politica. Mi lanciò le chiavi con gesto complice che m'infastidì ancor di più perché non aveva alcun motivo d'essere e quindi aggiunse "Non devi preoccuparti per il pranzo, il frigo è pieno di ogni ben di Dio, spero ti piaccia la carne. Be', quasi ti invidio: buon fine settimana." E se andò per i fatti suoi lasciandomi allocchito sul marciapiedi accanto all'ingresso pincipale dell'"Eco di Roverello": a farmi compagnia l'odore del suo dopobarba dozzinale comprato ai saldi nel discount sotto casa.

La villa al mare si rivelò essere una sorta di capanno estivo utilizzato per riporre l'attrezzatura di un pescatore dilettante, a cui successivamente e senza alcuna concessione edilizia da parte del Comune - non si spiegherebbe altrimenti quello scempio architettonico - erano stati aggiunti una minuscola camera da letto e un angolo cottura che fungeva anche da zona giorno. Il pavimento era del peggior cotto che avessi mai visto in vita mia. Alla prima occasione assorbiva non solo acqua e ogni sorta di sostanze oleose, ma perfino l'ombra dei cattivi pensieri. E io, di quelli, ne avevo molti: avrei voluto uccidere il mio direttore, avrei voluto rimanere nella sicura nicchia della cronaca nera perché trovavo le vicende dei morti più interessanti di quelle dei vivi, avrei voluto che i miei colleghi non fossero così cagionevoli di salute ma solo perché non mi creassero problemi.
Il frigorifero si rivelò essere un optional, giacché "la villa" del tiranno non era collegata alla corrente elettrica da tempo indeterminato, e il frigo iniziava a esalare un tanfo di decomposizione. Vabbè, sarei andato a pranzo e cena da "Rosario", il cuoco pescatore la cui bravura ai fornelli aveva oltrepassato gli angusti confini della provincia, e questo in realtà non mi disturbava. Ciò che mi indusse alla risata isterica fu il portatile del vecchio: modello antidiluviano e batterie scariche.
Avrei dovuto scrivere il mio articolo, copiato da Limes, sulla battigia con la punta dell'indice, poiché non avevo portato con me nemmeno una biro. Mentre ridevo con la bocca spalancata rovesciando il capo indietro sentii un sapore ferrigno e dolciastro sulla lingua. Dal tetto giungeva la musica delle gocce di pioggia tonde e piene, come da ultimo temporale estivo, di quelli che passano all'improvviso, così come arrivano. Nulla andava per il verso giusto, pioveva perfino dentro casa. Si scatenarono gli elementi: un vento freddo prese a soffiare dal mare facendo sbattere gli infissi, così che dovetti quasi barricarmi all'interno per non essere portato via da un maestrale furibondo che s’infilava dappertutto. Dalla finestra che dava sulla spiaggia ammiravo il colore dell'acciaio del mare, che s’increspava in onde alte con creste bianche di spuma; il cielo che lo sovrastava era di piombo compatto, squarciato da ferite rossastre a cui seguivano dei tuoni che ricordavano urla umane. Avrei preferito essere nel mio appartamento a scrivere del serial killer che da tre anni uccideva e depezzava, dopo orribili torture, giovani omosessuali, portando la provincia agli onori della cronaca nazionale.

L' elettricità elettrostatica liberata dai fulmini mi provocò, come sempre accadeva, una spiacevole sensazione di bocca secca. Meccanicamente afferrai la maniglia del frigo alla ricerca di qualcosa da bere. Mi resi conto, disgustato, che la superficie era scabra, istoriata con bassorilievi di cibo vecchio, verosimilmente delle estati precedenti. Mi chiesi se il despota avesse moglie o figli; sì, insomma, se aveva qualcuno che si prendesse cura di lui.
La maniglia scattò e la portiera si aprì all’improvviso: un braccio flesso si estese per tutta la sua lunghezza come una molla, e il dorso della mano incrostata di sangue colpì violentemente la patta dei miei pantaloni. Fui investito da un fetore nauseante, mentre il dolore ai testicoli mi mozzò il respiro: assalito dal braccio sinistro scongelato di Andrea Sella, architetto omosessuale scomparso da tre settimane, i cui lavori erano su tutte le riviste del settore per la sua ardita creatività, già definita "astrattismo urbano".

Non ebbi modo di pensare altro. L’orrore e la nausea m’impedirono di accorgermi del maestrale freddo di fine settembre che invadeva la stanza e che portava con sé l’odore di un dopobarba da due soldi. Poi tutto fu cancellato dal sapore dell’etere.

Fu un peccato, sono certo che avrei scritto un articolo eccezionale sul serial killer degli omosessuali: da premio Pulitzer.





 
categorie: viaggi di carta

Scritto da EvaCarriego alle ore 20:56 | Plink |
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