mercoledì, 21 febbraio 2007
Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi
Le tue calzette rosse
E l’innocenza sulle gote tue
Due arance ancor più rosse
E la cantina buia
Dove noi
Respiravamo piano...
- Non avrai mai il coraggio di farlo! -
- Amico, vuoi scommettere? Stiamo parlando del mio cavallo di battaglia, del pezzo che mi ha reso famoso grazie a un banale girodidò e a una voce favolosa! -
Non sarebbe stata la calvizie incipiente e un’accenno di pancetta che mi avrebbero impedito di esibirmi al karaoke del locale, sempre lo stesso da circa vent’ anni. Avevamo preso l’abitudine di incontrarci ogni anno dopo la fine del liceo: la cena di primavera, la chiamavamo poeticamente. Quell’anno i più coraggiosi tra noi si sarebbero esibiti al karaoke esponendosi ai frizzi e ai lazzi di sadici ex compagni di scuola o di semplici sconosciuti altrettanto sadici.
Le bionde trecce gli occhi azzurri e poi…
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viaggi di carta
martedì, 13 febbraio 2007
Io sono Ulrike von Levetzow e sono nata a Marienbad diciassette anni fa.
Sono di celestiale bellezza, i miei seni bianchi come la neve e i miei occhi azzurri come i laghi d’inverno nell’Alta Baviera.
Conobbi Rutger nell’ufficio di mio padre.
Un giovane alto e snello, dai modi cordiali ma non importuni.
Era un poeta alla ricerca di un editore sensibile ai nuovi talenti, io una signorina dell’alta borghesia che suonava il pianoforte, studiava i classici e il francese, e partecipava alle feste delle famiglie più in vista della città.
Nei giorni di festa organizzavamo i quadri viventi.
Lui era bravissimo a dirigerci, ma non voleva mai partecipare ai quadri.
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viaggi di carta,
ancora più brevi
domenica, 11 febbraio 2007
Quel pomeriggio Mitridate aveva stabilito di andare a trovare Pepe, il suo amico spagnolo. Il sole tiepido dell’autunno lo aveva invogliato a fare quattro passi o qualcuno di più e alla fine era giunto a destinazione.
Si sarebbe trattenuto con Pepe un paio d’ore a chiacchierare del più e del meno e a ripassare la lingua. Il suo amico, nonostante l’incidente che lo aveva costretto sulla sedia a rotelle, era quasi sempre di buon umore e guardava al presente e al futuro con l’invidiabile atteggiamento degli ottimisti. Relativamente al suo stato teneva a precisare che in fondo era paralizzato al di sotto dell’inguine e non dalla vita in giù, quindi le cose importanti, a parte le gambe, funzionavano alla perfezione.
Qualche volta Mitridate, senza riflettere, si trovava a invidiarlo. Poi si pentiva di quel sentimento e subito dopo si pentiva di essersi pentito per aver fatto prevalere la pietà.
In realtà era lui ad avere più bisogno di Pepe piuttosto che il contrario.
Canticchiando “Granada” percorse l’androne del palazzo ed entrò nell’ascensore. Dentro vi era un bambino, le braccia dietro la schiena, un’espressione grave e profonda, uno sguardo da adulto. Mitridate lo salutò distrattamente poi lesse il foglio attaccato sulla parete dell’ascensore: “fuori servizio”.
<<Ma porco cane, quattro piani a piedi… e poi perché diavolo non appendono il cartello all’esterno… cos’è, uno scherzo? Cos’è…>>
<<è solo per un paio d’ore, poi riprende a funzionare. Me l’ha detto l’operaio…>> lo interruppe il bambino.
<<D’accordo, però l’avviso lo potevano appendere fuori. E’ come se percorressi un senso unico in automobile e trovassi il cartello in fondo alla strada, ti sembra logico?>>
<<non so, io non ce l’ho l’automobile…>>
E mentre parlavano imboccarono la prima rampa di scale.
<<Granada, tierra sonada por mi…>> canticchiò Mitridate.
<<sei un poeta?>> chiese il bambino.
<<No, poeta no… troppo impegnativo. Cantante per hobby e cavaliere della tavola rotonda per professione…>>.
Si fermarono alcune rampe più su per riprendere fiato. Mitridate estrasse dalla tasca una penna a sfera e la puntò sul petto del bambino.
<<sir Mitridate Bic, per servirti… l’ultimo cavaliere della tavola rotonda, quello più vicino all’uscita di sicurezza… ma per gli amici solo Mitridate, quindi puoi chiamarmi così>>
<<io non ho molti amici e mi chiamo Dardo>>
Ripresero a salire le scale.
<<…ma tu sai parlare con le rane?>> chiese il bambino, guardandolo di sottecchi.
<<con le rane?... mmmh, credo di no, però non ci ho mai provato. E tu?>>
<<altrochè, me l’ha insegnato il nonno. Ne ho undici…>>
<<di nonni?...>>
<<no, di rane. Ma la mia preferita si chiama Enea. E’ una rana maschio e qualche volta canta, proprio come te, anche se è orfana, poverina…>>
<<ho capito, sei un esperto in comunicazioni alternative…>>
Giunsero al quarto piano e Mitridate, ansimante, si accostò all’ingresso dell’appartamento di Pepe.
<<ecco qua finalmente sono arrivato...>>
<<io altri due piani...>>
<<guarda un po’, vado a trovare un amico e scala facendo me ne procuro un altro… ci vediamo, eh Dardo? Salutami Enea, cra! cra!>>
<<no, solo cra!>> lo corresse il bambino <<nel loro linguaggio cra! cra! è una parolaccia…>> e corse via sorridendo.
Alcune ore più tardi Mitridate uscì dall’appartamento di Pepe sconfortato dagli scarsi progressi nell’apprendimento dello spagnolo ma appagato dal senso di fiducia per le cose della vita che l’amico sapeva trasmettergli. E mentre ancora godeva dell’effetto benefico di quell'amicizia, fu raggiunto dal bambino conosciuto poco prima che, in compagnia di un’anziana signora, scendeva le scale, trascinando con se la donna che teneva per mano. Salutò Mitridate sbrigativamente, come per togliersi un pensiero, quindi con passo rapido passò oltre.
<<Quando si dice il caso… ciao Dardo, come sta il nonno? E le rane?...>>
La donna si fermò trattenendo il bambino e osservò Mitridate con aria interrogativa <<Dardo?!?… chi è Dardo?... conosce per caso mio nipote Enea?... ha detto rane?...>> .
Il bambino chinò il capo arrossendo violentemente.
<<si, signora, ci siamo conosciuti salendo le scale, accomunati nello stesso faticoso destino…>>
<<mio nipote non ha nonni, ne altri parenti, a parte me. Ma che c’entrano le rane?…>>
Il bambino tentò di spiccicare qualche parola, rivolgendosi alla zia con tono esitante.
<<frane…>> lo interruppe Mitridate <<ho detto frane. Avrà sentito in tv, no? Il pericolo frane ci sovrasta… il clima che cambia… il disboscamento dell’Amazzonia… l’esondazione del Tigri e dell’Eufrate…>>
<<non capisco un’accidente di quello che sta dicendo…>> lo interruppe la vecchia con sospetto.
<<lo so… anch’io ho difficoltà, ma lo dice la tv. E se lo dice la tv…>>
Scesero le scale in un silenzio imbarazzato. Il bambino tenne sempre la testa bassa finché non uscirono dal palazzo muovendosi in direzioni opposte.
Fatti pochi passi Mitridate si voltò chiamandolo a gran voce.
<< Ehi, Dardo… Dardo…>> il bambino si voltò verso di lui <<ciao Dardo, e mi raccomando, salutami tanto Enea. Cra!>>
Il bambino lo salutò con la mano aperta, sorridendo.
Mitridate riprese a camminare di buon passo e rivolgendo il viso al sole tiepido dell’autunno iniziò a canticchiare “Granada”.
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