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Eva Carriego



venerdì, 05 gennaio 2007



Lo scritto che segue appartiene al periodo Ellittico*. A quell’epoca intendevo misurarmi con il racconto regionale, spinto da un forte senso d’invidia nei confronti dei successi letterari di Fois. E’ passato tempo e ora sono in pieno periodo Trapezoidale*. Continuo a non riscuotere successo ma sono rimasto invidioso di Fois.
 
 * (nda): l’aggettivo usato parrebbe all’apparenza una vera cazzata, ma siccome molti pittori hanno caratterizzato la loro produzione artistica secondo alcuni colori dominanti, ho deciso di caratterizzare la mia produzione letteraria secondo alcune figure geometriche.
Si noterà che sono piane. 

 

 

 
 
                                          
 
 
Sebastiano Satta e Francesco CiusaQuella mattina Bustianu si svegliò di malavoglia.
Si sentiva incomprensibilmente stanco e appesantito nonostante non avesse fatto niente di particolare né di impegnativo. Era rientrato a casa prima del levare del sole abbandonando la compagnia alla chetichella, insalutato ospite, lasciando gli altri nella vigna del compare a completare lo spuntino iniziato la sera prima, sperando che nessuno di essi si fosse offeso per lo sgarbo. Forse dipendeva dalla fase della luna che, si sa, condiziona le cose del mondo e degli uomini, o dai venti dominanti, il fatto è che non si sentiva nella giusta forma.
Magari il glucosio basso o solo un pò di languore. Già, mentre gli altri si erano rimpinzati, lui praticamente non aveva mangiato nulla, se non qualche episodico assaggio di cibo umidificato di tanto in tanto con accenni di vino bianco, leggero come acqua di fonte. Si era sostentato controvoglia con pochi fogli di pane conditi con una spolverata di formaggio marcio, più vermi che pasta, che per farlo scendere solo dio sapeva cosa aveva penato. Ma aveva forza di volontà e grande rispetto per il compare.
Non riusciva ad alzarsi dal letto e alla pesantezza si era aggiunto un micidiale bruciore di stomaco. Non poteva essere estraneo a tutto ciò un dannato banco di nebbia che per due giorni aveva appannato cose animate e inanimate di un velo umido e malinconico come un amore finito. E dire che solo un paio d’ore prima il compare gli aveva fatto i complimenti per la forma fisica e lui per compiacerlo aveva divorato due piatti d’insalata russa. Un sacrificio non da poco. 
Uno spasmo improvviso gli torse le budella facendogli tremare l’orecchio sinistro.   
Di sicuro era il maestrale. Quando spira quella bestia non c’è pace e ti butta giù nel fisico e nel morale, come se ti avessero bastonato o ti fosse passato sopra un carro a buoi carico di granito.
Oppure la tramontana…
Di certo non erano state le quattro rotelle d’insaccato o i due pugni di caglio. Quelli erano alimenti nobili che semmai facilitano la digestione e rimettono in sesto lo stomaco.
Le sebade, poi, le aveva appena sbocconcellate, come avrebbe fatto un disappetente con un tozzo di pane raffermo, una briciolina per volta, e certamente non era dipeso dal cordone di miele amaro che le ricopriva e ne stemperava il dolce dello zucchero.
E poi erano piccole.
Infine si tirò su dal materasso di crine e con fatica poggiò i piedi per terra. Un subdolo e insinuante senso di nausea gli salì dallo stomaco dolorante al palato stringendogli la gola come la corda dell’impiccato e il bruciore si trasformò in una fitta lancinante che si propagò sino all’orecchio destro.
Per sentirsi così, meglio sordi.   
Aveva condotto studi di fisica e meccanica dei corpi celesti e di astronomia, la natura lo aveva dotato di una mente acuta e di uno straordinario spirito di osservazione.
Concluse che poteva essere l’orbita di Saturno. Uno sfasamento dell’ellisse centrale causa di una tempeste cosmica con prevedibili ripercussioni sul suo organismo.
Di sicuro era quello.
E in quei momenti è come precipitare dalla cima del Monte o essere investiti da un carro a buoi carico d’incudini.
Si sentiva la testa come quella di un metafisico e per aiutare l’organismo si versò un goccio, di quello corretto col carrubo per profumare l’alito.
Quella mattina doveva presenziare in tribunale per via di una storia di furto di bestiame e non poteva andarci col mal di testa o la stanchezza o, addirittura, con l’alito pesante.
Ecco cosa succedeva a condurre una vita sana e all’aria aperta… il fisico si abitua e si indebolisce e basta un niente per ridurlo uno straccio.
E in quei momenti è come se ti saltasse sulla pancia la statua del Redentore o ti passasse sopra un carro a buoi carico di dinosauri.
Guardò fuori dalla finestra e cercando di metter a fuoco il mondo, riconobbe la sagoma di Dazio Mario Santo che tornava a casa dall’ovile in groppa a Beteveloce, l’anziano e fedele somaro, compagno di una vita.
Più di una volta lo aveva riportato a casa, sbronzo, senza volontà nel corpo e nello spirito.
Ma ormai anche Dazio Mario stava cedendo, le forze non erano più quelle di una volta e Beteveloce, che con gli anni era diventato giudizioso, si sbronzava di meno e quasi sempre rientrava a casa con le proprie zampe.
Bustianu sorrise, ma solo mentalmente.
Le nuvole cupe e cariche di pioggia erano aggrappate al cielo come cimici al cane e quella anomala pesantezza di stomaco, accompagnata da fitte e bruciori, non accennava a diminuire.
Escludeva in modo categorico che il fatto si potesse attribuire ai dolci di Cabiria Furia Piredda, pasticcera più che donna, dotata di un talento soprannaturale nel campo dolciario e specializzata nelle gopulash, leccornie realizzate con un impasto di miele, pistacchio, melanzane e interiora di canarino. Le dosi erano un segreto.
Ne aveva mangiata qualcuna solo per l’insistenza del compare, ma senza entusiasmo.
Mentre l’uomo e la bestia scomparvero dietro la casa di Raimondo Cascarabescanisi, lasciando impronte fangose sul lastricato del Corso e un’eiezione a forma di zerbino in corrispondenza dell’ingresso di Billia Bulla, si aprirono le cataratte del cielo e una pioggia fitta e insistente come un innamorato abbandonato prese a frustare uomini e cose.
A Bustianu la pioggia non piaceva, gli dava un senso di bagnato che gli risultava insopportabile e gl’impediva di fare la passeggiatina quotidiana sino alle pendici del Monte dove, all’ombra dell’amato sicomoro, nel silenzio totale e nella più assoluta solitudine, scriveva la lista della spesa e qualche volta si tagliava le unghie.       
Si convinse allora che tutto dipendeva dal tempo. A Nuoro il tempo non era come in tutti gli altri posti del mondo, era molto più sardo.    
 
categorie: astemiodelacruz

Scritto da AstemioDeLaCruz alle ore 11:48 | Plink |
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