giovedì, 30 novembre 2006
Sottotitolo: E se scrivi, quando decidi che è giunto il momento di pubblicare?
Questa è la domanda che più spesso viene posta a chi ha scritto uno o più libri: come mai hai pensato di scrivere?
Oppure: perché scrivi?
Quand’anche non si esiti nella domanda ancora più profonda: A che scopo scrivi?
Nessuno, al contrario, mi chiede ragione della mia scelta professionale: chiunque, per questa, ha almeno un paio di risposte apparentemente convincenti. I romantici idealisti sosterranno che faccio il medico per alleviare le sofferenze del mondo, i più ingenui e disinformati penseranno che fare il medico garantisca una retribuzione più che dignitosa, condizione che non corrisponde alla realtà.
È verosimile che ciò dipenda dal fatto che fare il medico sia una professione, mentre fare lo scrittore non lo è.
Un autore di cui non sono certa di ricordare il nome, forse Busi, sostiene che se uno scrittore vuole indossare delle mutande pulite deve anche lavarsele.
Mi figuro che ciò potrebbe significare che lo scrittore debba “andare a lavorare”, però potrebbe anche essere riferito al fatto che chi scrive dovrebbe sapere dei fatti della vita per poterne scrivere: ché, a ben guardare, l’una ipotesi non contraddice né esclude affatto l’altra.
A parte questa breve digressione, è una domanda che mi sono posta anch’io, e mi sono risposta laconicamente: non ho nulla da dire, quindi scrivo.
Ciò significa che mentre parlare non esercita fascino su di me, la narrazione fine a se stessa, la parola scritta, invece mi piace molto. E questo piacere si manifesta nell’osservare la realtа che mi circonda - perché io appartengo a questa realtà, a questo tempo e a questa generazione che definisco di mezzo -, e mi piace manipolarla, ovvero romanzarla e immaginarla altra da come è.
Non sono uno scrittore tormentato, anzi, mi spingerò oltre senza incontrare ostacolo alcuno: non sono affatto uno scrittore.
Scrivo, e ciò che esce dalla mia penna - in realtà non riuscirei mai a scrivere con una penna, utilizzo solo pc palmare o da scrivania -, esce di suo: i fatti si concatenano l’un l’altro piuttosto velocemente, apporto pochissime correzioni alla prima stesura ( se devo tacere della marea di refusi e delle numerose quanto inopportune doppie e triple patrimonio inestimabile della parlata barbaricina) e ne traggo, alla rilettura, una moderata e molto temporanea soddisfazione.
Ammetto candidamente che rileggere alcuni pezzi della “Famiglia immaginaria”, subito dopo averli scritti, mi ha strappato più di un sorriso, come se fossero scritti da altri.
E quindi la risposta mi sembra straordinariamente facile: scrivo perché mi piace. Mi piace scrivere di personaggi e di vizi che si trasformano in pregi e viceversa, e di situazioni che posso trasformare a mio piacimento, senza trascurare realtà alternative, perché ciò di cui si può scrivere non ha fine. Purtroppo ciò che c’è di finito, al di là dei massimi sistemi, è il tempo, che sembra non bastare mai nonostante l’insonnia cronica.
Questo mio atteggiamento verso la scrittura, che ho coltivato a lungo senza renderne partecipi le masse - che in realtà non hanno mostrato di sentirne la mancanza -, mi sembrava in principio assai poco nobile e per nulla romantico. Attualmente trovo che la mia sia una posizione che meriti rispetto: ché alla fine, cercare di migliorare la propria vita, anche se questo comporta un certo grado di narcisismo, è uno scopo nobile, in particolare se incontri qualche sconosciuto gentile che ti informa che il tuo libro gli ha fatto trascorrere qualche ora piacevole.
Thomas Mann alla domanda cosa fa il narratore rispondeva che “Il narratore narra”, Raymond Carver asserisce a sua volta che “ La narrativa non dovrebbe fare niente. Deve solo esserci"
Cionondimeno, nonostante questi fulgidi esempi di letteratura siano così espliciti, il lettore continua a chiedere al narratore il senso del suo narrare che tradotto suona più o meno così:
“Sì, ma tu, cosa volevi dire con questo libro?"
e i più espliciti e ineleganti:
"Qual è, orsù, il tuo messaggio?”
La risposta è: voglio raccontare, la mia intenzione è attirare quanti più lettori che leggano il mio narrare.
Ma ancora immagino si ritorni al punto di partenza: se io cerco ascolto, allora il lettore sarà tenuto a chiedermi:
"Vuoi ascolto?, Ok: dimmi perché dovrei utilizzare il mio tempo per leggerti."
Per quanto possa sembrare singolare, incontro ancora delle persone che mi chiedono qualche minuto per parlare del mio libro prima di leggerlo: francamente trovo la cosa imbarazzante, per non dire spiacevole.
Bene, a ogni modo la risposta è:
"Non avrai alcuna risposta."
È vero che il lettore rischia di perdere il suo tempo: può leggere senza trarne giovamento alcuno e può incorrere perfino solo in effetti collaterali, come la noia o l'insofferenza.
Può non apprezzare il romanzo o il racconto, non provare emozione o piacere o rabbia o divertimento: però facciamo che ci dividiamo equamente il rischio, con soddisfazione o insoddisfazione di entrambe le parti in concorso, io che narro e voi che leggete: perché io rischio di narrare a vuoto, e le mie energie e le mie aspettative hanno la stessa dignità di quelle del lettore.
Perfino Cervantes, nel presentare il don Chisciotte si rivolgeva al "desocupado lector": come dire che solo i perdigiorno avrebbero corso il rischio di leggere la sua opera, che il risultato non era affatto sicuro.
Sempre pensando di avere una posizione poco romantica verso la scrittura, per non dire cinica e originale, sono stata in seguito confortata da pareri di autori che apprezzo moltissimo.
A questo proposito trovo Thomas Mann francamente illuminante, questa affermazione lava via ogni dubbio: il motivo del narrare è racchiuso nel racconto stesso, e non si può anticipare in una formula astratta: la risposta è nel racconto stesso.
Giusto cielo, che sante parole.
Mi chiedo quanto sia significativo che due scrittori, così lontani nello stile ma non nel talento -Mann e Carver - giungano alle stesse conclusioni.
Il mio messaggio è: lettore, non chiedere al narratore messaggi, chè non è mica l’Arcangelo Gabriele: corri il rischio di utilizzare senza alcuna garanzia qualcuno dei tuoi crediti tempo, che magari il significato che troverai sopra le righe tra le righe e a lato delle righe potrebbe darti soddisfazione.
Fatte queste considerazioni, ritorno alla domanda di Tommaso: credo che chiunque scriva, a meno che non si tratti di signorinette che raccontino le loro pene al diario personale - ma anche quest’ affermazione non è del tutto vera: basti pensare a Melissa P. o a Pulsatilla - vagheggi di pubblicare e far giungere l’opera sua al maggior numero possibile di lettori nel momento stesso in cui prende in mano una penna.
L’unico ostacolo tra la scrittura e la pubblicazione è, a tutti gli effetti, Lui: l’Editore.
Che Dio lo benedica.
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quesiti esistenziali
sabato, 25 novembre 2006
Ieri, come già preannunciato nel post qui sotto “Annunciaziò”, l’opera prima carrieghesca è stata presentata a un pubblico molto numeroso, attento e paziente che ha riempito - con mio grande orgoglio, è notorio quanto io sia vanesia - l’auditorium della biblioteca S. Satta. Ringrazio la mia
relatrice Angela Guiso, critica letteraria e autrice, tra gli altri, di un apprezzatissimo testo su Grazia Deledda (“Grazia Deledda, Temi Luoghi Personaggi”), Gianni Cossu (Birambai) e Maria Giovanna Ganga che hanno letto alcuni stralci del libro accompagnati dalle note di tre musicisti che hanno incantato il pubblico (Mario Usai, Giuseppe Chironi e Pierluigi Manca).
Ringrazio, in modo particolare, Stranoforte per non aver posto la fatidica domanda : "Perché hai ucciso
Laura Orrù e Valeria Bellu? Perché? Orsù, riportale in vita con qualche artificio letterario, ché le voglio vive e felici". Inoltre lo ringrazio anche per i tubi di baci perugina e una rosa rossa che mi ha fatto recapitare accompagnati da un biglietto in cui mi reiterava, per l’ennesima volta, il suo amore senza speranza.
Grazie anche a Rita Bonomo, autrice di diversi libri e di questa critica che ho apprezzato molto e che troverete nel suo blog, e per essersi carica sul groppone un duecentinaio di chilometri per assistere alla presentazione.
Ho scritto molte dediche e tutte le volte mi sentivo in imbarazzo. Ho ricevuto molti complimenti da persone conosciute e sconosciute, molte delle quali avevano portato la loro copia da casa.
Ciononostante il complimento che più ho apprezzato, durante la serata, è stato questo: “ Mio Dio, hai una pelle bellissima”.
Grazie, A.
Io sono una timida parzialmente corretta, e l’unica volta che ho vinto la mia naturale ritrosia e ho
chiesto un autografo - si trattava di Camilleri - mi sono sentita in dovere di ripagarlo per “Il birraio di Preston” e “La scomparsa di Patò” con la mia lama di quindici centimetri, che portava incise le mie iniziali alla base, capolavoro di un maestro di Pattada e che allora portavo nella borsa da passeggio (la lama, non il maestro).
Era l’unica cosa preziosa che avevo con me, se si eslcude qualche gioiello, ma credo che lo scrittore non avrebbe compreso se gli avessi donato degli orecchini. Fu contento invece di ricevere la “leppa”, e da collezionista di coltelli e conoscitore delle usanze a essi correlate, mise immediatamente mano al portafoglio e mi allungò un euro. 
Lo custodii gelosamente, quell’euro, finchè la principessina di Gabillonia, rovistando per casa alla ricerca di qualche soldo per comperarsi la pizzetta per la merenda a scuola, non s’imbattè nel piccolo e prezioso scrigno che conteneva “la moneta di Camilleri”.
Adesso Camilleri possiede una splendida lama di Pattada, che mi era stata regalata anni fa in qualità di relatrice di un congresso di Cardiologia, mentre uno sconosciuto pizzaiolo ha posseduto, ignaro della sua fortuna e seppur per poco, il prezioso euro.
Per tacere del fatto che il libro autografato fu rosicchiato, fino a renderlo inutilizzabile, da un cagnolino di razza molto isterico, di nome Brian, che cacciai di casa con vilipendio e ignominia dopo l’orrendo crimine.
Per tacere ancora del fatto che i malintenzionati sanno che adesso giro disarmata.
Dopo la breve cronaca e l'inevitabile digressione, ho fatto qualche riflessione circa una domanda che mi è stata posta da Tommaso Sussarello ( Magnum Edizioni), ovvero: quando una persona che scrive decide che è giunto il momento di pubblicare ( fermo restando che la stessa trovi un editore sprezzante del pericolo).
Di questo dirò in seguito.
Giorgioflavio: un abbraccio fortissimo, un bacio e il mio immutato affetto.
Aggiornamenti

Photo: courtesy of "La Nuova Sardegna" and Stranoforte
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la famiglia immaginaria
sabato, 18 novembre 2006
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la famiglia immaginaria
martedì, 14 novembre 2006
Eva Carriego durante le normali attività quotidiane: eccola quivi ripresa mentre combatte contro i mulini a vento, dalle ore 8:40 alle ore 14 di oggi, martedì 14 novembre
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stupidario
sabato, 04 novembre 2006
Carmelo Floris - Vespero o le tre età, prima del 1931
La strada che portava alla casa alta e stretta di Adele Sanna era come un serpente sottile e nervoso dalle squame di pietra, che si arrampicava in salita.
Il selciato vecchio dai ciottoli piccoli e bombati, sebbene strettamente incastonati l’uno vicino all’altro, era una vera trappola per quelle viandanti che avessero voluto percorrerlo su tacchi alti e sottili, costringendosi inevitabilmente al supplizio di un’andatura lenta e circospetta. Ma Valeria, lo calpestava di primo mattino, a passo deciso, con comode scarpe da tennis di tela bianca e la suola di gomma dura.
Indossava una tuta da ginnastica nera con le bande bianche verticali sul pantalone, un montgomery di panno blu con gli alamari sbottonati e una sciarpa rossa come le sue guance. Portava i libri di greco e storia ben stretti nella cintura di gomma morbida e sembrava non sentire il freddo; il vento di fine inverno infilava le sue dita gelide nelle viuzze strette, sollevandole il montgomery sbottonato, ma lei non se ne curava.
Erano ormai quasi quattro mesi che Michele fingeva di studiare medicina nella Capitale per far contento suo padre, che a sua volta fingeva di ignorare che al figlio, della medicina, importasse ben poco. La inondava di lettere, il giovane Orrù: non passava settimana senza che la ragazza ricevesse una dichiarazione d’amore appassionato, accompagnata dalla convinta offerta dell’unica prospettiva che si deve a una donna rispettabile: quella di una vita insieme benedetta dai sacramenti, e in tempi ragionevolmente accettabili, ché la giovinezza va vissuta, cazzo, e un uomo a ventisette anni è ancora giovane, se il censo glielo permette.
Certo, le cornacchie baffute sarebbero state ben liete di conoscere il contenuto delle missive amorose: “perché sa, io su queste cose non mi sbaglio: troppe ne ho visto nella vita, signora…” Avrebbero pregato per la redenzione della giovinetta che aveva smarrito la strada della rispettabilità ma che, con la dose dovuta di pentimento prima e di espiazione poi, l’avrebbe forse ritrovata.
Per Michele invece non avrebbero sprecato preghiere, non ne aveva bisogno, lui: “ché si sa, signora, l’uomo è cacciatore, toccava a sua figlia tenerlo al posto suo…” Le loro orazioni sarebbero perciò salite al cielo solo per cause che davvero lo meritassero, ovvero solo per giovinette indigene che avevano smarrito il senno o per bambini dalle pance enormi mezzo morti di fame nel Terzo mondo. Di questi ultimi si potevano apprezzare le fotografie in bianco e nero nelle bacheche della chiesa, vicino all’orario del catechismo, utile memento per ogni pia donna che avesse voluto dare ai propri pater-ave-gloria un senso che andasse oltre l’abitudine.
Valeria e suo fratello Antine avevano avuto un’educazione a cavallo tra il laico e il religioso, un ibrido che contemperava il codice morale del giudice – improntato al rispetto della persona e della proprietà – e la religiosità tollerante della loro madre. Non erano figli dell’immediato dopoguerra: conoscevano la ricostruzione della grande città che si affaccia sul mare dopo i bombardamenti americani del 1943 solo dai libri di storia e dai racconti del giudice Bellu, che allora frequentava la facoltà di Giurisprudenza a Cagliari.
La signora Bellu, alunna delle scuole medie della cittadina, ricordava spesso il giovane operaio che era stato appeso a un palo del telegrafo nei giorni della merla del 1945. Viaggiava in auto con suo padre sulla strada provinciale, bianca di gelo, che portava dal paese dei nonni alla cittadina, quando suo padre rallentò fino quasi a fermarsi, coprendole gli occhi col palmo della mano destra.
Lei sentì per la prima volta parlare il tedesco. La percepì come una lingua dura, povera e in fuga dall’ineluttabile. Parecchi decenni dopo, al solo udire il timbro secco di quella parlata – per lo più da parte di paciosi turisti biondi con bambini e secchielli al seguito nelle spiagge orientali dell’Isola – la signora Bellu sentiva ancora un brivido d’orrore che partiva dai lombi e si fermava alla base della nuca. Subito dopo l’invadeva il bisogno compulsivo di consumare un più che rispettabile numero di cioccolatini al latte nocciolati e ricoperti di glassa fondente. In quel mare di cioccolato annegava l’immagine del ragazzo penzolante dal palo del telegrafo, con la lingua gonfia che sporgeva tra le labbra e una macchia d’urina che si allargava sul davanti dei pantaloni, già cristallizzata ai bordi: specie di albero, quello, che abbelliva allora il ciglio di tutte le strade del Paese e che ispirava i poeti a scriverne per conservarne memoria e monito per le future generazioni.
Era riuscita a scorgere “l’albero” afferrando con entrambe le mani quella grande e amorosa di suo padre per scostarla dal volto. Ebbe a dolersene, in seguito, molto spesso: “Solo qualche mese, ancora qualche mese, e la guerra sarebbe finita. Lui sarebbe ancora vivo. Solo qualche mese”.
Ma se la guerra non fosse stata sul punto di finire e la storia avesse preso una piega alternativa, ipotesi assai cara agli scrittori di fantascienza e di fantapolitica, Giovanni Murru, ucciso dai tedeschi a sedici anni per costringere i suoi compaesani terrorizzati e ignari a rivelare dove fosse il covo dei banditi – peraltro mai visti, in quei luoghi di pastori e contadini dimenticati da Dio – sarebbe stato ancora vivo. L’esercito tedesco non avrebbe avuto motivo di una ritirata rabbiosa e follemente omicida. I vincitori sono cattivi, ma comunque sempre più tolleranti dei perdenti: la generosità è un prezzo che si può ben pagare al trionfo ed è un sentimento elegante, capace di guadagnare a chi lo indossi il premio di un busto da consegnare alla storia.
Giovanni Murru, se non avesse terminato i suoi ancora giovani giorni su quel palo di telegrafo, sarebbe diventato il gestore di una delle due sale cinematografiche della cittadina, sarebbe stato sempre fresco di barba appena fatta e di camicia di bucato e avrebbe forse avuto una moglie inglese insegnante madrelingua che avrebbe amato e che gli avrebbe dato due gemelli identici. Oppure sarebbe diventato lo scemo del villaggio, alcolista cronico, e avrebbe mangiato, gratis et amore dei, alla mensa parrocchiale.
Non si può dire con certezza cosa sarebbe divenuto, il giovane Murru, il cui doloroso ricordo era la causa prima della dolce pinguedine della signora Bellu. Quel che appare certo è che il giovane operaio morì assassinato perché la democrazia e la libertà tornarono in Europa e nel mondo intero. No, non si tratta di un errore di tempo verbale o di retorica post-tardo-bellica: il ragazzo non morì perché la democrazia e la libertà ‘tornassero’ nel mondo, ma perché ‘tornarono’.
Se infatti Hitler avesse avuto l’uranio per la sua arma segreta, se gli Stati Uniti avessero continuato a disinteressarsi di quel che avveniva dall’altra parte dell’oceano, fingendo perfino d’ignorare l’esistenza dei campi di sterminio che punteggiavano il Nord Europa, Giovanni Murru oggi potrebbe essere un funzionario dell’amministrazione italo-tedesca: niente vieta di escludere anche questa ipotesi.
Fortunatamente, alla signora Bellu non era dato conoscere realtà alternative, e di questo avrebbe dovuto essere grata all’eccezionale mole di variabili e di individualismi che governano la vita di ogni singolo uomo e degli interi popoli. Giovanni Murru, così come molti altri agnelli sacrificali sparsi nella Storia ovunque e in ogni tempo, era solo l’ennesimo innocente ucciso con indifferenza dalle contingenze. Se quel ragazzo ancora le toglieva il sonno, aveva pur reso la sua vita e quella delle persone che amava degna di essere vissuta.
Valeria – del tutto ignara del fantasma materno, e in ogni caso troppo impegnata a vedersela con il proprio – camminava spedita, e il suo ultimo pensiero al mondo era lo scompiglio che avrebbe gettato tra lo stormo delle cornacchie con le fardette d’ordinanza, utilizzate spesso per asciugare le mani ma mai adoperate per nettare la lingua.
I muri delle case erano alti e di un unico colore grigio con una gamma ristretta di sfumature. Dalle finestre con le grate che davano sulla strada veniva un aroma di caffè e di caffellatte, che improvvisamente provocò in Valeria una forte nostalgia, dando tregua al forte risentimento che nutriva per Michele.
Le madri di quell’isola nell’Isola preparavano la colazione per figli e mariti che si apprestavano alla scuola e al lavoro. Questa nuda scena di vita familiare solo intuita, così banale nella sua quotidianità, rafforzò il sentire di Valeria.
Lei era una figlia, lei amava il caffellatte e avrebbe continuato a berlo con i biscotti tutte le mattine prima di andare a scuola. Avrebbe continuato a sentire la hit parade all’ora di pranzo e a ballare sotto i portici di via Piemonte alla musica del mangiadischi gracchiante. Avrebbe saltato la scuola solo per quel giorno, forse qualche giorno in più per via di un’influenza: sua madre glielo diceva sempre di coprirsi, ché i mesi con la erre sono traditori e come niente ti fanno venire un malanno.
Laura Orrù, unica figlia femmina della schiatta di medici condotti dopo tante di quelle generazioni da perderne il conto, si sarebbe laureata in medicina. Né suo nonno né suo padre – che messo di fronte alle sue responsabilità si era infine risolto, tra la sorpresa generale, a concludere gli studi, sebbene al quinto anno fuori corso – avrebbero del resto accettato scelte diverse dalla tradizione familiare. Ma non fu necessaria alcuna trattativa: Laura avrebbe accettato di buon grado quella che per abitudine sembrava essere diventata, tra gli Orrù, un’imposizione.
Vissuta fin dalla più tenera età tra porta-aghi e sottili fili da sutura d’intestino di gatto, a soli cinque anni ne avrebbe chiesto la provenienza: “Il quartiere è pieno di gatti randagi, le riserve abbondano: ma se rimango senza ne scanno un paio e gli taglio a fettine sottili l’intestino” le avrebbe risposto suo nonno, ridendo forte nel vederla disgustata ma piacevolmente sorpresa, così come fanno tutti i bambini quando gli si raccontano storie truculente.
Anche lei, finito il liceo, avrebbe raggiunto l’università della Capitale dove, all’opposto di suo padre, si sarebbe laureata al termine di un cursus studiorum brillante e veloce. Suo nonno ne sarebbe stato così orgoglioso da riprendere a vagheggiare il progetto di tramandare il nome della famiglia ai posteri, almeno quelli della sua città, che peraltro gli bastavano, ché tanto lì iniziava e finiva il suo mondo.
Il vecchio Gastone, a distanza di tanti anni, non aveva infatti del tutto abbandonato l’antico sogno di una via cittadina – anche periferica, in uno di quei quartieri che sorgevano orfani di un qualsiasi piano regolatore ai margini selvaggi della città – intitolata a un “Orrù Qualunque, medico e benefattore”.
La figlia di Valeria Bellu non sarebbe però ritornata a casa a sedersi sulla poltrona di pelle rossa nello studio che era stato prima di Gastone e poi di suo padre Michele: avrebbe iniziato la carriera universitaria nella Capitale. Avrebbe studiato certe cellule giovanissime, che a vederle al microscopio a scansione di fase non gli avresti dato un centesimo, ma che in un laboratorio attrezzato avevano la capacità, se stimolate con la dovuta gentilezza, di assumere sembianze e ruolo di cellule di qualsiasi organo e apparato.
‘Le belle dormienti’, così le avrebbe chiamate Laura Orrù, e avrebbe passato felice le sue giornate nei laboratori di genetica di mezzo mondo, sorprendendosi ogni volta che accadesse ciò che aveva previsto.
Si sarebbe innamorata di un assistente timido, del tutto privo di ars oratoria, che al contrario di lei avrebbe evitato come la peste le passerelle dei congressi nazionali e internazionali, preferendo stare in laboratorio a mettere insieme estenuanti esperimenti capaci di dimostrare la veridicità dei suoi assunti.
La comunità scientifica, vittima anch’essa della banale convenzione dell’apparire, avrebbe considerato lei il cervello delle belle dormienti, e lui un gregario come tanti altri dottorandi. Laura, però, non avrebbe dato peso alle convenzioni né alle gerarchie universitarie ma solo, cosa più unica che rara, alle capacità degli altri. Per un colpo fortunato della sorte, la retorica della uguaglianza tra gli uomini le sarebbe stata del tutto estranea, mentre avrebbe fermamente creduto nel diritto alle uguali possibilità tra i simili. Da scienziato, avrebbe capito la differenza tra similitudine e uguaglianza, e avrebbe apprezzato la similitudine come paradossale differenza e diversità.
Il giudice Bellu sarebbe stato certamente fiero di lei, e avrebbe amato quella giovane nipote così simile a lui nell’aspetto e nel pensiero, vantandosene spesso con gli Orrù.
In seguito Laura avrebbe sposato l’assistente timido e laconico, che le avrebbe dato tre figlie femmine con uno sguardo chiaro come il suo e indagatore come quello del loro padre.
La casa degli Orrù sul colle della cittadina avrebbe vissuto, come se i muri ne sentissero nostalgia, nell’attesa delle vacanze di Natale e di quelle estive, quando le tre fanciulline, prima bambine vestite come bambole e poi adolescenti fuck the system con ciuffi di capelli gialli e rosso per labbra color cenere, ne avrebbero cambiato respiro e connotati. La casa dei nonni avrebbe iniziato a riempirsi di giochi adatti alle femminucce, secondo il metro degli Orrù: Barbie dottoressa, Barbie veterinaria, il piccolo chimico, il piccolo medico, l’allegro chirurgo, la fabbrica dei mostri, quella delle bambole e via di questo passo.
Tutto questo sarebbe accaduto se Valeria Bellu, la mattina di un aprile ancora freddissimo ma con i primi fiori di mandorlo che sporgevano sulla strada dai rami dagli alberelli stitici delle cortes del quartiere in cima alla città, non si fosse avviata lungo la strada stretta, simile a un serpente sottile e nervoso dalle squame di pietra, che si arrampicava in salita dalla città bassa fino alla casa di Adele Sanna.
Tutto questo sarebbe accaduto se Valeria Bellu fosse stata, a quell’ora del mattino, seduta al primo banco della fila centrale nell’aula della terza A, al secondo piano del liceo classico, e non in una cucina piccola e con una finestra che si affacciava sul verde cupo e uniforme del monte Orthobene, quasi completamente occupata da un grande tavolo dal ripiano di marmo pulitissimo e odoroso di disinfettante.
Tutto questo sarebbe accaduto se il ferro da calza numero cinque di Adele Sanna, dopo aver perforato il petto di colei che sarebbe stata Laura Orrù, non avesse maldestramente proseguito la sua strada attraverso il fondo dell’utero fino gli intestini accuratamente toilettati di Valeria Bellu, frutto di tre giorni di disgustoso infuso di foglie di senna: che sembrarono al medico legale puliti come quelli di un gattino appena nato.
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